Il Ministero della Salute israeliano ha imposto ai ginecologi di non somministrare più il Depo Provera alle immigrate provenienti dall’Etiopia. Per anni queste donne erano state sottoposte a trattamenti di contraccezione coercitiva, eseguiti soprattutto in Etiopia nei campi del Joint Distribution Committee (un’organizzazione ebraica di assistenza che si pone l’obiettivo di “salvare gli ebrei in pericolo”); questa presa di posizione del Governo tuona come una – seppur timida – ammissione, dato che in passato era sempre stato negato l’utilizzo di tale farmaco a lungo termine e dai gravissimi effetti collaterali (tra cui malattie tromboemboliche, colestasi, rash cutanei, alterazioni del flusso mestruale e carcinomi mammari).
Un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz – che ha indagato sul crollo delle nascite all’interno della comunità etiope – ha portato alla luce la pratica diffusissima di somministrazione del Depo Provera alle migranti africane, spesso contro la loro volontà o addirittura a loro insaputa. Una donna ha rivelato che le hanno spacciato l’anticoncezionale come un vaccino. E che, nonostante il loro rifiuto, erano obbligate a prenderlo ogni tre mesi. Dall’inchiesta si evince che in Israele il 57% delle consumatrici del Depo Provera è dato da donne etiopi, nonostante questa comunità sia meno del 2% della popolazione totale.
L’uso massiccio – e non voluto – del contraccettivo all’interno della comunità etiope era stato inizialmente segnalato nel 2008 da Rachel Mangoli, che gestisce un centro di cura con circa 120 bambini etiopi a Bnei Braq, nella periferia di Tel Aviv. La donna aveva notato che in tre anni era arrivato soltanto un nuovo bambino. “Ho iniziato a pensare a quanto fosse strana la situazione: ho dovuto rimandare indietro i vestiti che ci hanno donato, perché nella comunità non c’era nessuno a cui darli“, ha dichiarato.
Una telecamera nascosta in una clinica locale ha registrato queste parole, pronunciate da un’inserviente e riprese da Times of Israel: il trattamento è riservato principalmente alle donne etiopi perché queste “dimenticano, non comprendono, è difficile spiegare loro le cose, quindi la cosa migliore è farle una puntura ogni tre mesi… non comprendono nulla di quello che accade loro“.
Sharona Eliahu Chai, avvocato dell’Associazione per i diritti
civili in Israele, ha dichiarato: “Le conclusioni dell’indagine sull’uso
del Depo-Provera sono estremamente preoccupanti, e mettono in luce la
presenza di implicazioni razziste in politiche
sanitarie che violano l’etica medica. Il Ministero della salute deve
agire in fretta per fornire nuove linee guida”.
Valerio Evangelista
Fonte: frontiere news

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