C’è il reparto. E c’è il resto del mondo, fuori, che non può capire. Ci sono 70 uomini con le mostrine offese dagli sputi, il fazzoletto rosso al collo e il manganello al petto. Anfibi e scudi contro pietre. Occhi fuori dalle orbite. Sudore e cinghie. Soprusi. Allo stadio, al G8 di Genova o durante uno sfratto. Non fa differenza perché i celerini sono “f ra t e l l i ”, lo Stato non esiste e spaccare due teste in servizio fa parte di uno sporco mestiere che qualcuno deve pur fare. “Oggi battesimo del fuoco, Adrià” ridono. “Prima carica e hai subito aperto du’ capocce a du’ o p e ra i ”. Sangue, sirene, coltelli, pestaggi, ordini di servizio da eseguire a modo proprio eliminando per sempre le atmosfere di Gadda o di Maigret. In Acab di Stefano Sollima (Rai Cinema, in sala da venerdì con 300 copie) niente più pipe, riflessioni o distinzioni pelose tra poliziotti buoni o poliziotti cattivi. Sono tutti bastardi, come da titolo, perché l’Italia è una giungla e si è esaurito il lusso della...
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