di Ilaria Cucchi Avevamo scoperto che mio fratello, poche ore prima di morire, stava scrivendo. Che cosa? A chi? Logico che volessimo sapere quello che aveva in testa negli ultimi istanti di vita. Si trovava chiuso nel reparto carcerario di un ospedale, da solo, probabilmente immaginando che l’avessimo definitivamente abbandonato dopo il suo ennesimo «tradimento». Magari questo pensava: che nessuno di noi volesse più sapere niente di lui, che gli avessimo chiuso la porta dietro le spalle. Invece no. I miei genitori erano davanti all’ingresso sbarrato, dove da giorni gli agenti penitenziari li fermavano negando ogni informazione su Stefano. Non li facevano entrare, e va bene: quella è una prigione, non una clinica, come si premurarono di chiarire fin dal primo, vano tentativo di visita. Ma perché non rispondere alle domande sulla salute di mio fratello? Qualche sera prima un carabiniere s’era presentato a casa per comunicare che Stefano era stato trasferito dal carcere di R...
Let's Make Italia Bella Again