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Ilaria Cucchi: ce l'hanno con me perché voglio la verità


di Ilaria Cucchi

Avevamo scoperto che mio fratello, poche ore prima di morire, stava scrivendo. Che cosa? A chi? Logico che volessimo sapere quello che aveva in testa negli ultimi istanti di vita.
Si trovava chiuso nel reparto carcerario di un ospedale, da solo, probabilmente immaginando che l’avessimo definitivamente abbandonato dopo il suo ennesimo «tradimento».
Magari questo pensava: che nessuno di noi volesse più sapere niente di lui, che gli avessimo chiuso la porta dietro le spalle. Invece no. I miei genitori erano davanti all’ingresso sbarrato, dove da giorni gli agenti penitenziari li fermavano negando ogni informazione su Stefano.
Non li facevano entrare, e va bene: quella è una prigione, non una clinica, come si premurarono di chiarire fin dal primo, vano tentativo di visita. Ma perché non rispondere alle domande sulla salute di mio fratello?
Qualche sera prima un carabiniere s’era presentato a casa per comunicare che Stefano era stato trasferito dal carcere di Regina Coeli all’Ospedale Sandro Pertini, punto.
Senza dire per quali motivi, né per quanto tempo. Da quel momento mio padre e mia madre avevano cominciato un grottesco pellegrinaggio tra l’ospedale, il tribunale, il carcere e ancora l’ospedale, collezionando un timbro dopo l’altro su fogli che dovevano tramutarsi in permessi, nella speranza di poter vedere mio fratello o almeno parlare con chi l’aveva in cura. Tutto inutile.

Nel frattempo Stefano stava sdraiato su un letto, abbandonato a se stesso, forse convinto di non poter più contare su di noi. Non era vero, ma poteva essergli passato per la testa.
Per questo, dopo che era morto in un modo così assurdo e in condizioni così atroci, volevamo almeno sapere cosa avesse scritto poco prima di esalare l’ultimo respiro. Nel corso dell’inchiesta aperta dalla propria amministrazione, una vicesovrintendente della Polizia penitenziaria aveva testimoniato di aver parlato con mio fratello, il quale chiedeva di essere messo in contatto con qualcuno della comunità di recupero per tossicodipendenti dov’era stato in passato; lei gli aveva consigliato di inviare una lettera per accelerare i tempi della burocrazia, e «a tal fine» gli aveva portato busta e francobollo. «La lettera ho visto che la scriveva, ma non so se è stata inoltrata: io ho finito il turno di servizio alle 23 e poi la mattina successiva il detenuto è deceduto» aveva riferito. Quando mio padre ha letto questo passaggio della sua deposizione, abbiamo cercato di rintracciare quella lettera, le ultime parole scritte da Stefano: potevano servire a capire quanto era successo, a fornirci qualche elemento, anche solo un frammento per arrivare alla verità.
Ma a chi l’aveva indirizzata? E dov’era finita? Poteva trovarsi tra i suoi effetti personali, rimasti custoditi in carcere. Ho scoperto che quando un detenuto muore, i familiari hanno diritto ad avere indietro quello che aveva lasciato all’ingresso della prigione: catenina, orologio, anelli, soldi, lacci delle scarpe eccetera. Erano passati più di due mesi senza che avessimo avuto il coraggio di andare a ritirare nulla. Adesso però c’era un motivo. A Regina Coeli avevano raccolto in una scatola anche ciò che Stefano aveva lasciato al Pertini.

Il foglio sul quale stava scrivendo la sera prima di morire doveva essere lì, quasi certamente non aveva fatto in tempo a spedirlo. Arrivare a quella scatola non è stato semplice. Niente lo è quando si ha a che fare con la burocrazia, figuriamoci quando uno muore per cause misteriose mentre si trova nelle mani dello Stato. Per riuscire ad averla ho impiegato diversi giorni.
All’inizio il direttore del carcere mi ha detto che serviva l’autorizzazione del pubblico ministero, poiché sul decesso di mio fratello era in corso un’inchiesta penale; gli oggetti consegnati in carcere non erano sotto sequestro, ma occorreva ugualmente un permesso. «Va bene» ho risposto. «Facciamo la domanda.» L’ho scritta lì per lì, così da poterla inviare subito via fax, ma mi hanno avvertito che non sarebbe partita prima dell’indomani. «Dobbiamo controllare» hanno spiegato. Ma che cosa? Io volevo sapere della lettera scritta da Stefano: ho chiesto se c’era, mi hanno risposto che non lo sapevano. Siamo rimasti che ci saremmo sentiti il giorno dopo. L’indomani sono tornata e mi hanno detto che il fax era partito, ma che la risposta non era arrivata. «Va bene, aspetto qui. Così appena arriva risolviamo la questione» ho ribattuto. «Non le conviene, ci vorrà tempo, meglio se richiama nel pomeriggio» hanno risposto. «D’accordo.» Me ne sono andata, ho richiamato, ancora niente. Il giorno dopo mi hanno detto che in Procura, alla segreteria del pubblico ministero, sostenevano di non aver ricevuto alcuna richiesta. «Ma come, non era stata spedita via fax?» «Sì, ma evidentemente si è persa, bisogna inviarla di nuovo.»
L’hanno rimandata, stavolta è arrivata. Ma era arrivato anche il weekend, e dunque se ne sarebbe riparlato all’inizio della settimana seguente. Il lunedì mattina ho telefonato a Regina Coeli e finalmente mi hanno comunicato che l’autorizzazione era stata concessa, potevamo ritirare gli effetti personali di Stefano.
A prenderli è andato mio padre, che si è ripresentato a casa con un contenitore di cartone poco più grande di una scatola da scarpe. Dentro c’era tutto quello che ci poteva essere restituito di mio fratello; quello che lo Stato ci riconsegnava dopo averlo tenuto in custodia per sette notti e sei giorni: un paio di lacci, la carta d’identità e la patente di guida, una catenina, due bracciali, due orecchini, un anello, una confezione di medicine e una con le compresse di un integratore, una tuta da ginnastica, due paia di mutande, due paia di calzini e due magliette intime, il provvedimento di convalida dell’arresto emesso dal tribunale.
Mancavano i pantaloni e un giubbino rimasti a disposizione del pubblico ministero per esigenze di indagine, e mancava una cinta che – secondo il racconto di un carabiniere – gli fu tolta nella caserma in cui aveva passato la prima notte e non è mai ricomparsa.
L’indomani, quando anch’io sono andata a guardare tra quelle cose, ho trovato mia madre che piangeva senza riuscire a smettere. Era ancora sconvolta dall’aver visto le mutande e le magliette di Stefano pulite e chiuse nel cellophane, come lei le aveva preparate e lasciate al Pertini, in una delle inutili visite; segno che mio fratello non si era potuto cambiare per tutto il tempo della detenzione e del ricovero. È morto con gli stessi indumenti con i quali era stato portato via dai carabinieri una settimana prima.
Proprietà letteraria riservata © 2010 RCS Libri S.p.A., Milano



"Il tribunale mi ha umiliata. Mi è sembrato che tutti ce l'avessero con me. Evidentemente lì non mi ci vogliono. Me lo dicano chiaro, così non ci andrò più". Sono queste le parole di Ilaria Cucchi al termine dell'udienza preliminare in cui il giudice ha respinto la richiesta di parte civile di disporre una nuova perizia medico-legale che accertasse le cause della morte del fratello Stefano deceduto il 22 ottobre 2009 all'ospedale Pertini dopo una settimana di detenzione per droga.

Il gup dice no alla superperizia - Il gup del tribunale di Roma, Rosalba Liso, nel corso della terza udienza del processo che vede imputati 13 tra agenti di polizia penitenziaria e medici dell'ospedale romano, ha infatti deciso che non si farà la super perizia chiesta dai familiari di Stefano Cucchi per verificare se le lesioni provocate dal presunto pestaggio avvenuto nel tribunale di Roma abbia provocato la morte del geometra.
Il gup ha motivato la decisione spiegando che le parti civili non posso formulare questo tipo di richiesta nella fase di udienza preliminare ma ciò può avvenire, eventualmente, sono in ambito di discussione.

La procura ha, inoltre, chiesto che dalla prossima udienza siano ammessi in aula giornalisti e cineoperatori: una richiesta dettata anche dall'irritazione dovuta a quanto riportano le parti a proposito della discussione in aula. Su questa richiesta il gup si è riservato di decidere prima della prossima udienza che e' fissata per il 26 ottobre.

Ilaria Cucchi: la mia famiglia è stata umiliata - "Mi è sembrato che tutti ce l'avessero con me - racconta Ilaria -, intanto il pm che chiede la presenza della stampa in udienza, in modo inusuale, lamentando 'pressioni mediatiche'. Come a dire: serve la presenza di giornalisti in modo che ci sia un'altra voce oltre alla mia". A udienza conclusa, poi, Ilaria denuncia di essere stata allontanata a forza dal palazzo di giustizia, senza neppure poter parlare con i suoi avvocati.
"Non mi sembra normale - racconta la sorella di Stefano Cucchi -. Evidentemente lì dentro non mi vogliono. In realtà non ho fatto nient'altro se non chiedere il riconoscimento della
verità, che non sono stati i medici ad ucciderlo. Oggi mi sono sentita veramente umiliata e intimidita".
Fonte: skytg24

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