E questo alla luce degli scottanti dossier di carattere
economico-finanzario che hanno sconvolto la vita delle Segrete Stanze,
soprattutto negli ultimi anni.
Gran parte dei crucci e delle ombre, come succede da decenni, riguardano il tormentato Ior. La cassaforte vaticana in questi giorni è tornata agli onori delle cronache per i quattro conti correnti depositati presso la Banca del Fucino di Via Tomacelli, a Roma, nei quali, secondo Bankitalia e secondo le ipotesi accusatorie della procura capitolina, potrebbe essere transitata una quota dei soldi della presunta maxitangente legata all’acquisizione di Banca Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena.
Le linee di credito sono formalmente intestate a quattro ordini religiosi, ma il sospetto degli investigatori è che i reali beneficiari siano i manager infedeli di Mps.
La Santa Sede naturalmente nega qualunque collegamento e smentisce le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi su fantomatiche riunioni dentro il Torrione di Niccolò V in merito alla questione Monte Paschi-Antonveneta, ma intanto non è la prima volta che proprio la filiale della Banca del Fucino di Via Tomacelli, da tempo in rapporti stretti con lo Ior, finisce nel mirino di magistrati e authority di sorveglianza per fatti che riguardano la banca vaticana.
Nel 2010, infatti, sempre la procura di Roma sequestrò alla cassaforte d’Oltretevere 23 milioni di euro (poi dissequestrati nel 2011) nell’ambito di un’inchiesta su presunte omissioni legate alle norme antiriciclaggio. E una parte di quei soldi si trovavano appunto nella Banca del Fucino di via Tomacelli.
Il Vaticano, Stato non aderente all’Ue, non ha mai brillato per trasparenza finanziaria e si è trovato in posizione deficitaria rispetto alle recenti norme internazionali di contrasto ai paradisi fiscali e alla circolazione di capitali illegali.
Il papato di Ratzinger ha cercato negli ultimi tempi di convergere sulle richieste di maggiore chiarezza nello scambio di informazioni finanziarie. E Moneyval, la divisione del Consiglio d'Europa che valuta i sistemi antiriciclaggio, ha dato qualche cenno di soddisfazione alla giovane Aif, l'Autorità vaticana di informazione finanziaria competente per la ricezione e l'analisi delle segnalazioni di operazioni sospette.
Tuttavia la Santa Sede rimane, per l’Europa, troppo debole nella sua capacità di evidenziare le anomalie finanziarie interne e deve ancora integrare la base legislativa della propria vigilanza.
Morale: all’ombra del Cupolone ci sarebbe ancora troppo spazio per i furbetti della mazzetta e per la libera circolazione di danaro sporco.
Lo stesso Ior, non a caso, finì dilaniato al suo interno proprio sui temi
del riciclaggio e della trasparenza. Tanto che nel maggio dell’anno
scorso fecero enorme scalpore le dimissioni di Ettore Gotti Tedeschi
dalla presidenza dell’istituto vaticano, ruolo che ricopriva
dall’ottobre 2009.
Gli 80 apparecchi erano stati installati da Deutsche Bank e facevano capo a un conto Ior da 40 milioni di euro di movimentazione presso una filiale italiana della banca tedesca. Mancavano però le dovute autorizzazioni per le macchinette. E Bankitalia fece notare che «per l’attività bancaria svolta dallo Ior con controparti italiane non è possibile applicare il regime di controlli semplificativi previsto per i rapporti con le banche comunitarie».
Il nodo era ed è sempre quello della mancata trasparenza sui reali intestatari delle linee di credito e su chi abbia la delega a operare. Dunque non era possibile, per Palazzo Koch, effettuare veri controlli antiriciclaggio e chiarire da dove provenivano e dove andavano in effetti a finire i soldi che transitavano su quel conto Ior presso Deutsche Bank.
Infine c’è il dossier Imu, tema di impatto sicuramente inferiore agli altri
a livello globale e tuttavia causa di impacci diplomatici tra
Vaticano-Italia e Italia-Europa.
Gran parte dei crucci e delle ombre, come succede da decenni, riguardano il tormentato Ior. La cassaforte vaticana in questi giorni è tornata agli onori delle cronache per i quattro conti correnti depositati presso la Banca del Fucino di Via Tomacelli, a Roma, nei quali, secondo Bankitalia e secondo le ipotesi accusatorie della procura capitolina, potrebbe essere transitata una quota dei soldi della presunta maxitangente legata all’acquisizione di Banca Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena.
Le linee di credito sono formalmente intestate a quattro ordini religiosi, ma il sospetto degli investigatori è che i reali beneficiari siano i manager infedeli di Mps.
La Santa Sede naturalmente nega qualunque collegamento e smentisce le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi su fantomatiche riunioni dentro il Torrione di Niccolò V in merito alla questione Monte Paschi-Antonveneta, ma intanto non è la prima volta che proprio la filiale della Banca del Fucino di Via Tomacelli, da tempo in rapporti stretti con lo Ior, finisce nel mirino di magistrati e authority di sorveglianza per fatti che riguardano la banca vaticana.
Nel 2010, infatti, sempre la procura di Roma sequestrò alla cassaforte d’Oltretevere 23 milioni di euro (poi dissequestrati nel 2011) nell’ambito di un’inchiesta su presunte omissioni legate alle norme antiriciclaggio. E una parte di quei soldi si trovavano appunto nella Banca del Fucino di via Tomacelli.
Il Vaticano, Stato non aderente all’Ue, non ha mai brillato per trasparenza finanziaria e si è trovato in posizione deficitaria rispetto alle recenti norme internazionali di contrasto ai paradisi fiscali e alla circolazione di capitali illegali.
Il papato di Ratzinger ha cercato negli ultimi tempi di convergere sulle richieste di maggiore chiarezza nello scambio di informazioni finanziarie. E Moneyval, la divisione del Consiglio d'Europa che valuta i sistemi antiriciclaggio, ha dato qualche cenno di soddisfazione alla giovane Aif, l'Autorità vaticana di informazione finanziaria competente per la ricezione e l'analisi delle segnalazioni di operazioni sospette.
Tuttavia la Santa Sede rimane, per l’Europa, troppo debole nella sua capacità di evidenziare le anomalie finanziarie interne e deve ancora integrare la base legislativa della propria vigilanza.
Morale: all’ombra del Cupolone ci sarebbe ancora troppo spazio per i furbetti della mazzetta e per la libera circolazione di danaro sporco.
Le dimissioni di Gotti Tedeschi e l'allontanamento di Viganò
Lo stesso Ior, non a caso, finì dilaniato al suo interno proprio sui temi
del riciclaggio e della trasparenza. Tanto che nel maggio dell’anno
scorso fecero enorme scalpore le dimissioni di Ettore Gotti Tedeschi
dalla presidenza dell’istituto vaticano, ruolo che ricopriva
dall’ottobre 2009.
IL BRACCIO DI FERRO. Fu durissimo
il braccio di ferro del banchiere con ambienti d’Oltretevere
rappresentati dal direttore generale dell’ente finanziario Paolo
Cipriani. Uno scontro che rispecchiava in qualche modo i veleni e la
complessa guerra tra fazioni che agitava la Santa Sede e che aveva come
protagonisti da una parte il potente segretario di Stato Tarcisio
Bertone e dall’altra i suoi nemici giurati.
In questa trama oscura si inserisce pure lo strano allontanamento di
monsignor Carlo Maria Viganò, dapprima chiamato (estate 2009) a
controllare tutti gli appalti e le forniture del Vaticano su fiducia di
Benedetto XVI e successivamente allontanato con l’incarico, tanto
prestigioso quanto imprevisto, di nunzio apostolico a Washington.
LO SCANDALO DEL «CORVO». A chi dava fastidio l’azione di Viganò? Quali vizi e corruttele poteva far emergere? Fu lo scandalo del «corvo»
(o sarebbe meglio dire dei «corvi») a mostrare plasticamente al mondo i
tormenti di un’istituzione plurimillenaria che appariva scossa fin
dalle fondamenta e che, secondo molti, Benedetto XVI non era più in
grado di tenere politicamente in pugno.
Un altro duro colpo all'immagine del Vaticano è arrivato circa un mese fa quando i dubbi sulla trasparenza finanziaria nutriti dall’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, hanno condotto al sequestro di tutti i pos utilizzati (soprattutto dai turisti) per i pagamenti con carte negli esercizi commerciali interni alla Santa Sede, dai musei alla celebre farmacia.
Gli 80 apparecchi erano stati installati da Deutsche Bank e facevano capo a un conto Ior da 40 milioni di euro di movimentazione presso una filiale italiana della banca tedesca. Mancavano però le dovute autorizzazioni per le macchinette. E Bankitalia fece notare che «per l’attività bancaria svolta dallo Ior con controparti italiane non è possibile applicare il regime di controlli semplificativi previsto per i rapporti con le banche comunitarie».
Il nodo era ed è sempre quello della mancata trasparenza sui reali intestatari delle linee di credito e su chi abbia la delega a operare. Dunque non era possibile, per Palazzo Koch, effettuare veri controlli antiriciclaggio e chiarire da dove provenivano e dove andavano in effetti a finire i soldi che transitavano su quel conto Ior presso Deutsche Bank.

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