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VENTINOVE ANNI SENZA PIPPO FAVA


Quasi trent'anni fa scompariva un grande giornalista del nostro paese. Dietro il suo omicidio la mano, pesante, della mafia.

Ricorrono oggi i ventinove anni dall'assassinio di Pippo Fava. In occasione dell'anniversario, riporto qui un estratto del mio libro "Lotta civile" (Chiarelettere, 2009) , dedicato anche alla sua vicenda. 

E' inutile nasconderle, le emozioni si accavallano mentre penso a cosa scrivere di un uomo, Pippo Fava, e di un giornale, " I Siciliani", che hanno determinato il mio modo di essere giornalista, sempre alla ricerca dei fatti per raccontarli così come sono, senza censure e auto censure. Più facile a dirsi che a farsi in questo Paese . 

Ha scritto Fava: "Io ho un concetto etico del giornalismo...Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente all'erta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo....Un giornalista incapace, per vigliaccheria, o calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è mai stato capace di combattere". 

Giro e rigiro tra le mani " Pagine", un suo libro di racconti stampato nel 1969, costo 3 mila lire. E' una copia originale che la figlia Elena ha voluto regalarmi quando sono andata a trovarla (...) Ci sediamo in giardino, è ottobre inoltrato ma in Sicilia il sole è ancora caldo. Viene voglia di fare un tuffo nella piscina condominiale, oltre la siepe. Pippo Fava vi ha trascorso molti pomeriggi della sua ultima estate, quella dell'83: "(...) L'ultimo giorno d'estate, inspiegabilmente, guardando la piscina mi è venuto un nodo alla gola e mi sono messa a piangere, sentivo che qualcosa era finito ma non capivo cosa. Poco prima che papà fosse ucciso avevo sognato mio suocero con un mantello striato di sangue. Anche in quel caso provai una grande angoscia ma la cacciai via. La stessa cosa avevo fatto anni prima quando avevo sognato proprio papà con il volto rigato di lacrime che mi chiedeva aiuto. Nonostante i 'segni' arrivai al 5 gennaio fondamentalmente tranquilla, come il resto della famiglia. Eppure al giornale il clima era teso, nessuno concedeva pubblicità nonostante il mensile si vendesse bene e ancora una volta c'erano state forte pressioni per chiuderlo. In più papà aveva rilasciato un'intervista a Enzo Biagi, molto forte in cui diceva tra l'altro che i mafiosi erano in Parlamento, a volte erano ministri, banchieri, ai vertici della Nazione". 

Un'intervista andata in onda il 29 dicembre alla trasmissione "Filmstory" di Rete 4 e che provocò un terremoto tra le famiglie paludate di una città, Catania, dove all'epoca chi era in buona fede non pensava che ci fosse cosa nostra come a Palermo, come a Trapani e chi era in malafede negava l'evidenza(...). 

Sulla soglia dei sessant'anni anagrafici ma con la mente e il cuore di un giovane, Pippo Fava crede ancora che a Catania si debba e si possa fare un giornale che faccia vera informazione e non fumo negli occhi. Il suo sogno è il quotidiano, ma ci vogliono un mare di soldi e a nessun imprenditore interessa quel progetto, semmai lo teme. Meglio firmare delle cambiali per fare un mensile da giornalisti liberi. Pippo Fava e i suoi " carusi", i suoi giovani redattori, costituiscono la cooperativa "Radar" e affittano una sede a Sant'Agata Li Battiati, zona collinare di Catania. 

Nel dicembre '82 nasce " I Siciliani": "Un giornale libero, un pungolo per tutti, ripensa Elena Fava. Si parlava di mafia, dei rapporti che la famiglia Santapaola aveva con i potenti della città, si scriveva del dormiente e in certi casi connivente Palazzo di giustizia". (...)" I 12 numeri del mensile , ricorda Elena Fava, andarono a ruba. Era il segno che tanta gente voleva sapere. Fin dal primo si capì che non era un giornale di comodo. Sulla copertina c'era la foto dei cavalieri del lavoro che brindano a una festa. Titolo: " I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa". Pippo Fava viola il tempio sacro dei cavalieri del lavoro catanesi e fa un'analisi del sistema mafioso che per certi versi potrebbe essere stata scritta oggi: "... Improvvisamente sono apparsi sulla grande ribalta nazionale, ed hanno dato spettacolo di sé. Ma chi sono, da dove vengono, che valore hanno Costanzo, Rendo, Graci, Finocchiaro, questi quattro personaggi ormai famosi? Prima però bisogna capire cos'è la mafia anni ottanta....nei suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i politici...."(...) L'ultimo giorno felice ma forse anche inquieto per Pippo Fava fu il 31 dicembre dell'83, cinque giorni prima di essere ucciso. Con la famiglia e con gli amici trascorse la notte di San Silvestro a casa della figlia Elena: "C'eravamo tutti quanti. Mio marito e io con le nostre tre figlie, mia madre e mio padre, mio fratello Claudio con Patrizia e mia nipote Cristina, appena nata(...) Prima di cena mio padre venne da me, mi abbracciò e mi disse: 'Qualunque cosa accada, ricordati che hai le tue figlie, cresceranno belle'. Gli chiesi perché mi stesse facendo quel discorso, lui mi rispose semplicemente 'Era importante che lo sapessi'. A parte quel momento di turbamento, fu una serata e una nottata di grande allegria, di gioia. Nessuno di noi allora aveva saputo dell'ultima minaccia a papà prima di essere ucciso. Il cavaliere Graci gli aveva fatto recapitare ricotta e champagne, come per dire: ti ridurremo come una ricotta e brinderemo". (...) . 

Al teatro Stabile viene rappresentata la commedia di Pirandello "Pensaci ,Giacomino". Nel cast anche una delle nipotine di Fava, Francesca. Impersonava il nipote del professor Toti, alias Turi Ferro. E a vedere Francesca stava andando Pippo Fava la sera del 5 gennaio dell'84 quando Aldo Ercolano, nipote di Nitto Santapaola, gli spara nel buio cinque colpi di pistola spalleggiato da altri accoliti della cosca mafiosa. (...) 

Maurizio Avola racconta che la sera del 5 gennaio dell'84 seguì Pippo Fava fino al teatro Stabile insieme ad Aldo Ercolano, Vincenzo Santapaola, Franco Giammuso e Marcello D'Agata. Ma ad essere condannati definitivamente dalla Cassazione il 14 novembre del 2003 sono stati, oltre allo stesso pentito, soltanto Aldo Ercolano come organizzatore e Nitto Santapaola come mandante. 

Per la legge unico mandante, anche se resta il pesante sospetto che Santapaola non abbia ordinato quell'omicidio solo nel suo interesse ma anche di qualcun altro. Il collaboratore Maurizio Avola non a caso ha definito il capomafia un "mandante esecutivo". Dice il Pm Amedeo Bertone al giornalista Luciano Mirone: " Tra i cavalieri del lavoro, i più vicini alla famiglia mafiosa erano Gaetano Graci e Carmelo Costanzo....non c'è alcuna prova storica sull'ordine dato per uccidere il giornalista, né i collaboratori di giustizia hanno fornito alcuna specifica indicazione in tal senso.....Su Graci questa Procura ha iniziato un processo che si è dovuto concludere prematuramente per la sopraggiunta morte dell'imputato (nel 1996, N.d.a). 

(...) Abbiamo dovuto aspettare le dichiarazioni di Siino ( Angelo Siino, ex "ministro dei lavori pubblici" di cosa nostra, pentito. N.d.a.) per sapere alcune cose molto precise sul cavaliere Costanzo. Gli elementi ...sono emersi in un momento successivo alla sua morte ( nel 1990, n.d.a) quindi non è stato possibile procedere contro di lui". 

(...) Dopo il padre la mafia catanese voleva ammazzare anche il figlio, sicura dell'impunità, per niente sazia di sangue innocente. Se non l'ha fatto è stato solo per convenienza dell'ultimo momento. Claudio, allora deputato della Rete, impegnato sul fronte antimafia come politico e come giornalista, doveva essere ucciso il 5 gennaio del '93 davanti alla lapide di suo padre. Ricordo quel tardo pomeriggio in via Giuseppe Fava, era ormai buio. Claudio arrivò con Leoluca Orlando, costretto a vivere con una scorta massiccia. C'erano anche altri esponenti del movimento antimafia, anche loro scortati perché minacciati di morte. Proprio l'alto numero di poliziotti e carabinieri ha scombinato i piani della mafia e Claudio si è salvato. 

Maurizio Avola racconta che fu Aldo Ercolano a dargli l'ordine di ammazzarlo perché stava " rompendo" con le continue denunce sulla mafia, i continui dibattiti.(...) 

Due anni dopo si è aperto il processo per l'omicidio di Pippo Fava: "E' stata molto dura per me, ammette Elena Fava, vedere Santapaola, Ercolano e gli altri imputati udienza dopo udienza. Un giorno intercetto scambi di sguardi tra Nitto Santapaola e la figlia che si trovava con altri parenti degli imputati. A voce alta esclamo: chissà cosa si sono detti con gli occhi padre e figlia. Poco dopo Nitto Santapaola attraverso l'avvocato mi manda a dire di farmi i fatti miei perché alla sua famiglia ci pensa lui". 
Fonte: cadoinpiedi

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