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Alcoa, la Fornero fa divampare l'occupazione



Il 7 gennaio, trenta operai delle imprese d'appalto dell'Alcoa di Portovesme hanno occupato con un blitz gli spazi esterni e la torre della grande miniera di Serbariu. Hanno piantato una tenda a ridosso dei vecchi pozzi di estrazione, annunciando che la protesta avrà fine nel momento in cui, come era stato promesso, la loro posizione non sarà equiparata a quella dei lavoratori dell'azienda principale. Si tratta in tutto di 400 persone, alcune non hanno ammortizzatori sociali, altre stanno per perderli, molte non percepiscono che poche centinaia di euro. Hanno deciso di occupare lo stesso posto in cui i ministri del governo Monti avevano incontrato le istituzioni locali e i sindacati. Un luogo simbolo in cui negli anni hanno perso la vita centinaia di lavoratori. È l'ultimo gesto in ordine di tempo di un territorio in lotta per il lavoro e lo sviluppo.

Il giorno seguente, uno degli operai ha minacciato di buttarsi da una torre di 30 metri, prima di tornare sui suoi passi. Dopo mezz'ora di trattativa con un vigile del fuoco ha deciso di scendere. Ed è stato trasportato all'ospedale Sirai di Carbonia. L'ennesimo episodio che testimonia quanto sia alta la preoccupazione fra i lavoratori. Secondo i sindacalisti «il Piano Sulcis stenta a decollare e c'è tensione perché il disagio sociale sta diventando difficile da controllare. Non si possono governare queste dinamiche con i normali percorsi e lo strumento della cassa integrazione. Serve un'intesa specifica tra Governo e Regione».

La scintilla che ha fatto divampare la protesta è stata la decisione del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che, disattendendo le promesse fatte da Corrado Passera a dicembre, ha tagliato i 46 milioni di euro di fondi previsti per la cassa integrazione in Sardegna. E il 9 gennaio due operai hanno messo in atto una nuova clamorosa protesta. Due di loro si sono calati con una corda, a rischio della propria vita, in una delle gallerie sotto la discenderia della miniera. Ribadendo, con un gesto estremo, la richiesta degli ammortizzatori sociali promessi. Vogliono tornare a lavorare e si appellano al mondo della politica, perché «si occupi meno di finanza e si preoccupi piuttosto dei disoccupati e della classe operaia, che non si sente più rappresentata da nessuno».

Mentre proseguiva la lotta nella miniera di Serbariu, venerdì scorso, nella sede della Regione Sardegna, si sono riuniti gli assessori dell'Industria e del Lavoro e i rappresentanti sindacali assieme al presidente della Provincia di Carbonia Iglesias. Il risultato è che il 16 gennaio la Regione sarà di nuovo a Roma per definire alcune parti del Piano Sulcis e porre con urgenza la straordinarietà della crisi derivante dalla vertenza Alcoa. I segretari regionali, territoriali e di categoria dei sindacati confederali hanno posto un problema di prospettiva degli accordi affinché vengano individuati i percorsi di riqualificazione e reinserimento occupazionale chiedendo con un urgenza la convocazione al ministero del Lavoro. Le Rsu di Alcoa, invece non hanno partecipato alla riunione in polemica con l'atteggiamento della Regione, che ha convocato sette rappresentanti sindacali sugli otto richiesti. Annunciando un assemblea di tutti i lavoratori.

Negli stessi giorni, da Wall Street è arrivata la notizia che la multinazionale dell'alluminio è tornata a produrre utili. Intravedendo un'accelerazione nei consumi del metallo, che riguarderà in particolare i cosiddetti Bric, Brasile, Russia, India e Cina, le nuove potenze economiche. Un risultato ottenuto grazie al sacrificio dei tagli alla produzione subiti dall'Europa. In Italia e Spagna l'output di alluminio è stato infatti ridotto di 240 mila tonnellate l'anno. Situazione che ha permesso ad Alcoa di ottenere utili netti di 242 milioni nel solo quarto trimestre del 2012. E di prevedere un aumento di consumo nel settore pari al 7% per tutto il 2013. Un guadagno che verrà realizzato anche sulle spalle degli operai sardi, considerati, da un'azienda in grado di determinare l'andamento delle borse globali, un piccolo ostacolo sulla strada del profitto.

Intanto, dal primo gennaio, negli impianti sardi è tutto fermo. Gli operai della Rockwool, che si erano murati vivi nella galleria dell'ex miniera di Montepoini, ad Iglesias, sono usciti perché dovrebbero essere ricollocati nell'azienda cagliaritana ATI Ifras, che si occupa di bonifiche minerarie. I 476 lavoratori diretti dell'Alcoa sono entrati in cassa integrazione straordinaria. Mentre quelli dell'indotto continuano la loro battaglia nella miniera di Serbariu. Resta la paura che le lotte degli operai del Sulcis rimangano inascoltate e che le aziende in trattativa per l'acquisizione degli impianti continuino a scappare come accaduto finora. Una delle poche possibilità concrete appare proprio la bonifica ambientale delle 8 miniere della zona. Che, anche se dovesse essere finanziata, non potrà garantire né l'impiego di tutti gli operai licenziati da Alcoa e Rockwool né un futuro occupazionale stabile.

Fonte: globalist

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