L'Editoriale di Germano Milite
Nel 1100, la città di Roma,
aveva circa 30.000 abitanti ed era ridotta ad un enorme tugurio di
pestilenza e miseria. Prima della caduta nell’Impero, la capitale
contava un milione di cittadini ed un’organizzazione urbana che è
sopravvissuta e fatto scuola per millenni. Ma la disfatta della società
romana non portò soltanto un pauroso calo demografico. La regressione fu
generale e, in molte regioni un tempo controllate da Roma, il progresso
tecnologico, economico, civile e sociale non solo si fermò ma fece
enormi passi indietro, causando persino la perdita della scrittura. Un
processo storico stranoto e molto studiato che insegna una dura lezione:
la civiltà umana non progredisce sempre seguendo una linea retta ascendente. Molte volte, in quelle che non sono semplici crisi contingenti
(tipo quella del 1929) ma veri e propri mutamenti profondi
dell’organizzazione delle masse umane, si torna indietro di parecchio.
La
retromarcia è praticamente un’ovvietà ciclica soprattutto se
consideriamo un altro dato eclatante: non si può crescere all’infinito,
con queste risorse e su questo pianeta. Prima o poi, ci si doveva
arrestare e retrocedere; considerare l’aumento demografico esponenziale
come insostenibile ed il benessere crescente della cosiddetta “classe
media” destinato ad arrestarsi e poi a decrescere rapidamente. E’ caduto
un impero incredibilmente potente ed avanzato come quello Romano, non
ci sono ragioni abbastanza granitiche da assicurarci del fatto che non
cadrà anche quello occidentale (tra l’altro in parte già molto
indebolito).
IL MEDIOEVO PROSSIMO VENTURO
Nel 1969, il noto docente universitario Roberto Vacca,
pubblicò un libero dal titolo eloquente quanto preoccupante:”Il
Medioevo prossimo venturo”. Nel testo, che in ulcuni punti riesce a
mettere i brivi, si analizzava l’inesorabile degenerazione dei grandi sistemi
e si tentava di prevedere l’involuzione generale della cosiddetta
“società avanzata”. Questione di numeri, di freddi numeri e di calcoli e
non di roboanti quanto fantasiose previsioni catastrofiste. Questioni
di logica, anche, che già adesso potrebbe renderci capaci di vedere con
chiarezza i segnali di un plateale decadimento. Una decadimento che
riesce a nascondersi dietro le spesse e sfavillanti maglie del progresso
tecnologico frenetico, con uno smartphone nuovo ogni sei mesi e la
possibilità di effettuare videochiamate in HD. Con le distanze che si accorciano, insieme al tempo che possiamo dedicare a noi stessi ed ai nostri affetti.
Siamo
più vicini ma, al contempo, questa perenne occasione di promiscuità
virtuale, ci porta ad abituarci ad una solitudine esistenziale reale.
Meno contatti umani, più contatti sui social.
Qualche anno fa questa riflessione poteva sembrare stucchevole, frutto
di una nostalgica quanto ignorante predilezione per il “si stava bene
quando si stava peggio”. Ma chi vi scrive è nato nel 1986, i social
media li adora e li usa giornalmente per lavoro e per piacere. Al
contempo, però, si rende conto dell’alienazione crescente causata da un
paradosso contemporaneo: l'illusione del tempo realmente perso che ci
illudiamo di poter guadagnare grazie ai nuovi mezzi di comunicazione
virtuale (posso lavorare di più perché tanto posso contattare i miei
amici via internet e cellulare). C'è poi la rincorsa ossessiva della
“competitività” che ha reso anche le donne non libere di scegliere una
vita fatta di carriera ma schiave come gli uomini di un lavoro sempre
più massacrante e sempre meno remunerativo.
IL PRIMO SEGNALE DI REGRESSIONE
Salgono
le ore da dedicare alle professioni, diminuiscono i guadagni di chi non
è già molto ricco. Parimenti, si riduce il tempo che ci concediamo per
le esperienze meno materiali, fugaci e frenetiche. Ora si deve lavorare
in due per portare a casa meditamente meno di quanto prima un uomo
mediamente colto e mediamente capace poteva portare da solo. Ecco,
lampante, la prima retrocessione; Il primo ritorno a nuove gabbie
presentateci come nuove libertà (“realizzati, pensa a te stesso e non
dar conto a nessuno. Non fidarti di nessuno, non scommettere su non
nessuno che non sia te”).
E
così, insieme ai progressi della medicina, ai pc sempre più veloci ed
alle auto elettriche, una parte delle nostre più belle conquiste è già
andata persa. Non sarà un nuovo medioevo identico a quello storicamente
noto, ovviamente. Quella futura rischia di essere un’epoca di terribile
schiavitù sopportabile. Dove donne ed uomini sono identici nella
coltivazione sfrenata del proprio ego e nella lazzare lotta per
l'ottenimeno delle briciole. Giunto alla fine di questo pezzo, non mi
sento però di produrre profezie sul “medioevo prossimo venturo” e,
soprattutto, non mi sento di piombare nel pessimismo cosmico. Credo nel
potere di rinascita del genere umano. Credo nella purificazione delle
coscienze ma credo anche che, continuare a vivere di illusioni, sia
deleterio. La crisi non passerà fin quando non ci renderemo conto dei
passi indietro che abbiamo fatto e tenteremo di farne in avanti senza
convincerci che per riuscirci sia necessario schiacciare il nostro
prossimo. Solo così, potremo evitare il medioevo prossimo venturo e dare
torto a Vacca ed alle sue poco confortanti previsioni. Fonte: Young.it

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