
La sua corsa non finisce mai, e anche se quel 19"72 è diventato quasi un numero magico ("la gente lo gioca al lotto e ci vince pure") non è tutta la sua vita. Già perché quel ragazzo venuto dal Sud, bianco, esile, ma caparbio e "tignoso" come nessuno non era forse un predestinato, uno special one, ma un uomo che della vita non voleva perdersi nulla: a 60 anni Pietro Paolo Mennea (festeggerà il felice traguardo il prossimo 28 giugno) infatti non è uno che si guarda troppo indietro, non è un campione che ha voluto legare la sua vita solo a quella coppia di numeri che fece di lui l'uomo più veloce del mondo.
"Non ho fatto la scelta di vivere di rendita - racconta oggi Mennea - non mi volto indietro, tutti i giorni ricomincio e riprovo un'altra sfida. Per questo anche a 60 anni il mio obiettivo è andare alla ricerca di cose nuove. La corsa non finisce mai, ci ho anche scritto un libro: prima lo facevo in pista, adesso altrove, perché io non mi fermerò mai". Certo quei vent'anni dedicati corpo e anima all'atletica sono un segno indelebile della sua vita "tutt'altro che piatta" dice l'ex campione.
"Lo sport è stato importante - racconta Mennea - 5 Olimpiadi sono tante. Su tutti i ricordi più belli sono l'oro olimpico a Mosca e il record del mondo dei 200" quel 19"72 fatto a Città del Messico nel 1979 diventato anche un film documentario. La Freccia del Sud come lo chiamavano in pista, quel ragazzino "sfigatello" per usare le parole del velocista sbarcato a Formia alla corte del maestro Carlo Vittori lasciò tutti a bocca aperta, allenatore compreso.
"Se avessi avuto il fisico di Usain Bolt (a cui ha dedicato il suo 24/o libro ndr) i miei record sarebbero stati altri: io non ero nato predestinato, madre natura con me non era stata troppo generosa, ma ho costruito tutto sull'allenamento, la fatica, la dedizione. Se a uno con il fisico di Bolt dai la cultura dell'allenamento che avevo io, farebbe cose pazzesche. Così io, se avessi avuto la sua prestanza altro che record... Ma dalla vita non si può avere tutto e allora compensi con altro". Emblematico l'incontro con Cassius Clay, proprio dopo aver stabilito il record mondiale: "Quando mi vide rimase sorpreso che fossi io: 'Ma questo e' bianco?' disse perplesso. E io gli risposi: 'Ma dentro sono piu' nero di te...".
Lo sport di allora era un'altra cosa e la differenza la facevano soprattutto i soldi. "Il mio oro olimpico mi valse otto milioni di lire - dice Mennea - una casa decente ne costava 100: io mi ci sono potuto comprare sei poltrone. Ancora resistono e non le cambierei con l'ingaggio di Bolt... So quanto valgono". In 60 anni il ragazzo venuto da Barletta di strada ne ha fatta, spaziando dalla politica (é stato eurodeputato dal '99 al 2004), ai tribunali: e' avvocato, ha fatto il curatore fallimentare e negli ultimi due anni ha seguito i risparmiatori italiani nell'azione contro Lehman Brothers.
"Abbiamo recuperato un po' di soldi, è stato un grande successo". Londra nel rifarsi il look per i Giochi gli ha anche dedicato una fermata della metro: "E' stato un onore, ho scritto al sindaco per ringraziarlo". E a 60 anni ci si ferma? "Mai: nello sport bisogna vincere, ma poi bisogna vincere nella vita e quella è la corsa più difficile". Festa lontano dall'Italia con una grande consapevolezza: il mare più bello è quello ancora da navigare. Per Mennea "la gara più importante deve ancora arrivare".
Aveva muscoli di "seta e non di lana". Mennea "é stato quello che era nato per essere". Carlo Vittori si ricorda bene quel ragazzo esile e bianco che un giorno in meno di 20 secondi rivoluzionò la sua vita e l'atletica italiana: di Pietro Mennea Vittori è stato il maestro, l'uomo che ha forgiato il giovane di Barletta diventato campione olimpico e recordman. E che ora spegne sessanta candeline. "Gli auguro di vivere felicemente fino a cento anni - dice Vittori - e anche di poter lasciare l'eredità biologica". Di quelle doti che il tecnico che a Formia ha lavorato per anni quasi in simbiosi con lo sprinter continua a elogiare. "Aveva una muscolatura particolare - continua Vittori - peccato per quell'eccesso di scrupolo, per quel senso di responsabilità che non gli ha giovato in carriera . La responsabilità gli pesava troppo, era un fardello, avrebbe dovuto essere un po' più bohemien".
Però i risultati erano straordinari: "Ha segnato un'epoca che nessuno vuole seguire. A questo proposito voglio ricordare un dato: dopo l'oro olimpico e il record dei 200 (19"72 ndr) era uscita una statistica in cui nei primi 50 risultati al mondo di tutti i tempi Menna c'era trenta volte. Un record nel record". Un binomio, Vittori-Menna, da cui ognuno dei due ha avuto modo di imparare.
"Lo ringrazio per essersi sottoposte alle angherie più futuriste dell'atletica - sorride Vittori - Certo dovevo assecondarlo: con la sua volontà e la sua salute era lui a dettare i carichi di lavoro. Era meglio accontentarlo...". Ma a distanza di tanti anni però parlare di Mennea è ancora motivo di orgoglio. "Con lui ho imparato la mia professione" conclude Vittori. Per il sessantenne Mennea non poteva esserci auguri migliori.
Alessandra Rotuli ansa
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