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Marta Russo: 15 anni fa colpo pistola uccise studentessa



Alle 11,35 del 9 maggio del 1997, quindici anni fa, una ragazza bionda cammina accompagnata da una amica per i vialetti interni dell'università La Sapienza di Roma. C'è il sole e forse non si accorge di quanto accade: dall'aula 6 dagli uffici dell'istituto di Filosofia del diritto, al secondo piano della facoltà di Giurisprudenza, una mano armata di pistola spara centrando la studentessa che dopo cinque giorni di agonia muore. La vita di Marta Russo viene spezzata a soli 22 anni: e ancora oggi il movente resta inspiegabile. Una vicenda che, come avviene per molti casi di cronaca nera, appassionò e spaccò il paese. E che ha visto un lungo e controverso iter giudiziario che ancora oggi vive di strascichi e polemiche. I processi hanno accertato che ad impugnare l'arma che uccise Marta quella mattina fu Giovanni Scattone, all'epoca ricercatore presso Filosofia del diritto. Con lui era presente al momento dello sparo un suo amico e collega, Salvatore Ferraro. Il primo è stato condannato, in via definitiva, a 5 anni e 4 mesi di reclusione per l'accusa di omicidio colposo, al secondo è stata invece inflitta una pena a quattro anni e due mesi per favoreggiamento. Tra gli imputati anche Francesco Liparota, usciere dell'università, accusato di favoreggiamento ma assolto dalla Cassazione il 15 dicembre del 2003.
Sui motivi di quello sparo, sul movente, i vari processi svolti non hanno fatto chiarezza. Negli anni si parlò di una folle bravata, di un tentativo di mettere in atto "il delitto perfetto", una delle "materie" oggetto del lavoro degli allora giovani ricercatori di Filosofia del diritto. Ad inchiodare Scattone furono le testimonianze di due figure chiave dell'inchiesta: Maria Chiara Lipari, assistente alla stessa università La Sapienza, e Gabriella Alletto. Quest'ultima, dopo avere negato per giorni, accusò Scattone, Ferraro e Liparota: i tre vennero arrestati per concorso in omicidio volontario. La prima sentenza è arrivata nel 1999. La corte d'Assise condannò Scattone a 7 anni per omicidio colposo e Ferraro a quattro per favoreggiamento e assolse Liparota. Dopo nuove perizie, il 7 febbraio 2001, il secondo grado del processo confermò le condanne per Scattone e Ferraro e condannò anche Liparota (quattro anni). Il 6 dicembre successivo la Cassazione decise l'annullamento con rinvio della sentenza e, dopo circa un anno, il 15 ottobre 2002, cominciò il secondo processo d'Appello che si concluderà il 30 novembre con la condanna di Scattone a sei anni per omicidio colposo, di Ferraro a quattro anni e sei mesi e di Liparota a due anni, entrambi per favoreggiamento. La suprema corte, nel dicembre del 2003, pone la parola fine su processi e condanne, ma non sulle polemiche. La morte di Marta Russo infatti torna ciclicamente sulle pagine dei giornali con notizie dal sapore paradossale come quella legata ancora una volta a Scattone.
Nel settembre dello scorso anno, dopo aver scontato la pena, all'ex ricercatore è stata assegnata la cattedra di storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour, lo stesso dove Marta Russo studiò. Le polemiche scoppiate dopo che la nomina è diventata di dominio pubblico hanno indotto Scattone a rinunciare alla cattedra. Sempre lo scorso anno, infine, è stata scritta la parola fine sull'aspetto civilistico e quindi risarcitorio della vicenda. Il tribunale di Roma ha condannato Scattone e Ferraro a risarcire i familiari della ragazza per circa un milione di euro. La XIII sezione ha inoltre stabilito che La Sapienza non può essere ritenuta responsabile della morte della giovane condannando invece Ferraro a versare all'università 28 mila euro come risarcimento danni all'immagine. Ma quindici anni non sono nulla per lenire il dolore di due genitori. "Scattone per i magistrati che lo hanno giudicato in questi anni è un assassino - dicono Donato e Aureliana Russo - Lui è stato condannato per l'omicidio di mia figlia e deve avere il coraggio di guardare negli occhi sua figlia e dirle: 'sono un assassino'"
Fonte: ansa

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