I giudici di Torino depositano il testo di 730 pagine: "I dirigenti erano a conoscenza dei rischi dell'amianto, ma non si sono fermati: hanno minimizzato e nascosto gli effetti nocivi. E' emerso un dolo di elevatissima intensità. Nessuna attenuante".
I dirigenti della Eternit hanno perseguito "un dolo di elevatissima intensità": conoscevano il pericolo per la salute degli operai ma lo hanno ignorato, sono andati avanti. E' quanto si legge nelle motivazioni della sentenza Eternit, depositate oggi (14 maggio) presso il Tribunale di Torino. La sentenza ha condannato a 16 anni i due imputati, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis De Cartier.
Le motivazioni della sentenza sono racchiuse in un documento di 733 pagine. Come spiega l'Ansa, il testo racconta le fasi del più grande dibattimento mai celebrato per questioni legate ai rischi dell'amianto: fra morti e malati sono stati presi in esame diverse migliaia di casi.
Nello specifico, scrivono i giudici, i vertici dell'azienda erano a conoscenza dei problemi ma "nonostante tutto hanno continuato e non si sono fermati né hanno ritenuto di dover modificare radicalmente e strutturalmente la situazione al fine di migliorare l'ambiente di lavoro e di limitare per quanto possibile l'inquinamento".
Inoltre "hanno cercato di nascondere e minimizzare gli effetti nocivi". In un altro passaggio la sentenza specifica che per questi comportamenti "non può essere riconosciuta alcuna attenuante".
"Perchè continuare se si moriva di amianto?". Questa la domanda di una testimone, una donna di Casale Monferrato che ha perso il marito, citata nel testo della sentenza. I due imputati, dunque, erano consapevoli dei problemi per la salute e l'ambiente (viene citato in particolare uno studio medico scientifico di Selikoff risalente al 1968) ma non intervennero, anzi minimizzarono i rischi.
La donna citata, secondo il Tribunale, "aveva ben compreso che di amianto si moriva e si è chiesta: perchè continuare?'. Questa "semplice domanda - aggiunge - fa emergere il dolo di elevatissima intensità dei due imputati".
Il 12 febbraio è iniziato presso l’aula bunker del carcere di Rebibbia il processo contro alcuni militari latinoamericani che durante gli anni ‘70 hanno partecipato all’ Operazione Condor . La maggior parte degli imputati sono già stati processati e condannati in altri paesi, quindi l’udienza è più un risarcimento che una vera ricerca della verità. Operazione Condor La somiglianza tra le dittature militari che hanno dominato il Sud America durante gli anni '60 e '70 è atroce. Guidati dal sanguinoso filo conduttore dell'Operazione Condor e grazie alle tecniche d’oppressione più spietate, sono state capaci di annullare qualsiasi dissenso politico o ideologico. Dare una stima delle persone che sono state giustiziate o torturate sarebbe tanto inesatto quanto terrificante. È difficile camminare dentro il carcere di Rebibbia e non pensare di essere dentro un fumetto di Zerocalcare. Ma questa mattina, mentre passeggio per questa felice isola...

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