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La riforma del lavoro e le differenze con la Germania


Si è fatto un gran parlare in questi giorni di “modello tedesco” di licenziamento (ma anche di relazioni industriali), spesso senza conoscerne realmente i contorni e spesso piegandolo alle convenienze. Non sembra però che quel modello sia preso in considerazione dal governo, a giudicare dalla proposta di riforma presentata. In Germania spetta in primo luogo al consiglio di fabbrica valutare la fondatezza delle ragioni del licenziamento, mentre da noi manca perfino una legge sindacale che riconosca ai lavoratori il diritto di scegliere chi li rappresenta in azienda. In quel paese poi il controllo del giudice sui licenziamenti economici è molto accurato e può sempre portare alla reintegra del lavoratore.

Va da sé che la sanzione (reintegra o, se il giudice così decide, indennizzo) è la stessa nel caso di licenziamento per ragioni disciplinari e per ragioni economiche; e ciò per l’ovvio motivo che, se il licenziamento è illegittimo, quelle ragioni non esistono. L’idea del governo di differenziare il regime sanzionatorio in base a quanto dichiarato (erroneamente) dal datore è una bizzarria tutta italiana, che inevitabilmente indurrà i datori a licenziare sempre per motivi economici.

Le misure presentate dal governo che sono da valutare più positivamente sono quelle di contrasto alle dimissioni in bianco e di tutela del lavoro dei disabili e degli immigrati. Per il resto le novità riguardano un aumento del costo del lavoro per il contratto a termine e qualche restrizione all’ambito di applicazione di altri contratti (ma non ad esempio della somministrazione, il ricorso alla quale viene invece agevolato). È stata abbandonata l’idea iniziale di ridurre drasticamente il numero dei contratti temporanei, che dalla riforma escono invece tutti confermati. Il rischio è quindi che l’aumento del costo del contratto a termine determini una fuga verso altri contratti più convenienti (e meno garantiti).

Anche le proposte di riforma degli ammortizzatori sembrano molto deludenti rispetto ai proclami iniziali. Il reddito minimo di cittadinanza è scomparso del tutto dall’agenda e non vengono ampliati significativamente i destinatari delle prestazioni di disoccupazione. Con la cosiddetta Aspi, piuttosto, quanti oggi beneficiano (si fa per dire) della mobilità verranno ricondotti nell’ambito dell’indennità di disoccupazione che, per quanto in parte incrementata, resta assai meno generosa. Considerando poi che saranno ridotte le causali della Cigs, anche su questo fronte si profila un arretramento rispetto all’esistente.

A questo punto è possibile fare un bilancio sulla pretesa rigidità del mercato del lavoro italiano, cioè su uno degli aspetti che hanno motivato l’intervento del governo su questo terreno. L’Ocse ci dice che il tasso di rigidità in uscita in Italia è tra i più bassi d’Europa. Non che i dati Ocse siano il Vangelo, ma è quanto meno singolare che chi li considera abitualmente tali li dimentichi proprio quando non portano acqua al mulino della deregulation. Il motivo per cui l’Ocse valuta la normativa italiana sul licenziamento già molto flessibile, nonostante l’art.18, è ovvio. Quella norma si applica solo a una parte dei lavoratori; circa la metà dei lavoratori subordinati ne sono esclusi perché lavorano in unità produttive con meno di 16 dipendenti. Per questi, di fatto, il licenziamento è libero, nel senso che possono essere “arbitrariamente” licenziati dietro pagamento di un’indennità irrisoria (da 2,5 a un massimo di 6 mensilità). Sono cioè in una situazione di sottoprotezione che non ha pari in Europa.
Oltre a questo la normativa italiana lascia ampi margini di discrezionalità al datore che vuole licenziare, specie per ragioni economiche: di nuovo, ben più che in molti altri paesi dell’Ue. Per tacere del fatto che l’Italia è praticamente l’unico paese nel quale l’indennità di fine rapporto (da noi, il tfr) se la paga tutta il lavoratore, con la sua retribuzione; indennità che in futuro peraltro dovrebbe scomparire per finanziare i fondi pensione. Se a tutto ciò si aggiunge che il diritto alla reintegra è presente in molti paesi Ue e non è certo una peculiarità solo italiana, appare evidente che dipingere il nostro come un sistema rigido nel quadro europeo sia una mistificazione della realtà.

Gli studi più seri in materia dimostrano che la flessibilità in uscita non produce nel medio-lungo periodo alcun effetto sull’occupazione, ma rende solo i lavoratori più esposti ai mutamenti economici. Nessun vantaggio dunque per nessuno, ma solo un aumento della precarietà. D’altra parte il paese che ha resistito meglio agli effetti della crisi economica è la Germania, che ha una disciplina dei licenziamenti tra le più rigide in Europa (la più rigida, sempre secondo l’Ocse). Quanto agli investitori stranieri, ciò che spaventa dell’Italia non è certo l’art.18, ma la pesantezza della burocrazia e i tempi della giustizia civile. Che poi ci siano imprese che scelgono il paese dove investire in base al minor costo del lavoro e ai più bassi standard di tutela non è una grande scoperta. Dobbiamo però decidere quali imprese vogliamo attirare nel nostro paese. Se l’obiettivo è rendere l’Italia terra di delocalizzazione di multinazionali con la testa in paesi economicamente (e socialmente) più avanzati del nostro, abbiamo in mente una ricetta per la crescita che s’ispira più alla Cina che alla Germania.

In conclusione: l’influenza dei mercati finanziari sulle decisioni del governo tecnico italiano è evidente e non ne fa mistero neppure il governo. Così come è vero che la richiesta di riformare la disciplina dei licenziamenti mettendo mano all’art.18 ci viene dalle istituzioni europee. La questione rimanda da una parte a quanto detto prima in merito al modello di sviluppo economico che s’intende perseguire in questo paese, dall’altra (ma le questioni sono ovviamente intrecciate) alla debolezza della dimensione sociale dell’Ue, che espone i paesi economicamente più deboli e più indebitati agli effetti deregolativi indotti dallo stesso processo di integrazione economica. L’assenza di una seria politica sociale europea fa sì che quei paesi siano chiamati a recuperare competitività abbattendo il costo del lavoro.

Da questo punto di vista, le riforme del governo Monti non sono altro che la fedele applicazione delle ricette confezionate a Bruxelles. D’altra parte la fretta nel chiudere la trattativa sul mercato del lavoro dipende proprio dalla necessità di rispettare le scadenze del cosiddetto “semestre europeo”, che impongono all’Italia la presentazione di un Programma Nazionale di Riforma in linea con le raccomandazioni adottate dal Consiglio europeo nel luglio scorso: tra queste c’è l’invito a decentrare la struttura contrattuale (leggi, articolo 8 del decreto di ferragosto) e, appunto, a riformare l’art.18.

Giovanni Orlandini Professore associato di Diritto del lavoro all’Università di Siena

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