Forse non è ben chiaro quel che è successo
l’altroieri. Alcuni militari della Guardia di
Finanza, Nucleo di Polizia tributaria di Roma, si
presentano allo sportello della Bnl interno al
Senato e chiedono le carte dei movimenti bancari di
due conti correnti intestati al partito della Margherita,
defunto per chi vota, ma non per chi incassa e per chi
ruba. Vogliono appurare che fine abbiano fatto oltre
120 milioni di “rimborsi elettorali” erogati dallo Stato
dal 2007 a oggi, di cui già si sa che 13 sono spariti. Ma
vengono messi alla porta da un ordine del presidente
Renato Schifani che, previo consulto con la giunta per
le immunità, stabilisce che la visita dei finanzieri è
“ir rituale” perché non espressamente delegata dalla
Procura di Roma, che s’è limitata a incaricare le
Fiamme Gialle di acquisire la movimentazione di quei
conti, senza specificare dove. Siccome quei conti sono
presso la filiale del Senato della Bnl, è ovvio che i
finanzieri vadano lì a cercare le carte. Ma non si può, è
“ir rituale”. La Procura, tremante, ribadisce “il consueto,
doveroso rispetto delle prerogative parlamentari e di
tutte le procedure intese a tutelarle”. Insomma anche
gli sportelli bancari interni al Senato e i relativi conti
godono dell’immunità parlamentare che ne “scuda” gli
inquilini. Una forma di immunità contagiosa. Guai a
violare l’extraterritorialità dei sacri palazzi. Stiamo
parlando di un edificio popolato da ladri, pregiudicati,
inquisiti, imputati, prescritti, alcuni addirittura inseguiti
da mandati di cattura. Un posto dove non passa giorno
senza che sparisca un orologio, un cappotto, un
ombrello, un bracciale. Un’istituzione presieduta da un
signore indagato per mafia. Scene analoghe erano
accadute nel '93 e nel '94, quando prima la Finanza poi
i carabinieri si presentarono in Parlamento per
acquisire i bilanci (truccati) dei partiti coinvolti in
Tangentopoli e le liste degli eletti in Calabria (inquinate
dalla 'ndrangheta). Mancò poco che i militari venissero
arrestati dai politici. In compenso, nel 2005, Gianpiero
Fiorani entrò alla Camera con una valigetta piena di
banconote fascettate, passò con qualche patema al
metal detector (poco sensibile al denaro contante) e la
consegnò al deputato leghista Giorgetti. Insomma, se
in Parlamento entra un ladro, gli stendono il tappeto
rosso. Ma, se entra una guardia, la cacciano a pedate. In
questo mondo alla rovescia il Giornale e L i b e ro , autori
di epiche campagne contro chi pubblica
intercettazioni, specie se penalmente irrilevanti,
coperte da segreto, relative a persone non indagate,
s’indignano perché il gup di Milano ha rinviato a
giudizio B. per aver ricevuto e fatto pubblicare
un’intercettazione penalmente irrilevante, coperta da
segreto, relativa a un politico non indagato, neppure
trascritta dagli inquirenti e trafugata da un
imprenditore. Sallusti, sul Giornale che la pubblicò,
nota a modo suo il paradosso di un ex premier “ch e
voleva pure fare una legge per limitare le
intercettazioni e vietarne la pubblicazione”, sia rinviato
a giudizio per averne diffusa una, e ne deduce che “è
caccia all’uomo”. Gli sfugge che il vero paradosso è un
altro: quando la banda del buco gli portò quel nastro
rubato e proibito, B. non la mise alla porta ricordando
le sue battaglie contro le intercettazioni. Anzi, la fece
entrare e alla fine ringraziò molto per il regalo di Natale,
promettendo eterna riconoscenza. Anche Belpietro,
che dirigeva il Giornale che pubblicò la telefonata,
deplora su L i b e ro che “l’uomo che più si è battuto
contro le intercettazioni” sia “imputato di averle
abusivamente diffuse”. Il guaio è che B. è stato rinviato
a giudizio per averle abusivamente diffuse perché le ha
abusivamente diffuse. Perché è ormai certo (i due
protagonisti dell’affaire, Favata e Raffaelli, sono già stati
condannati rispettivamente con rito abbreviato e con
patteggiamento) che chi rubò quel nastro lo portò ad
Arcore e lo fece ascoltare a B. Ma B. ha sfoderato un
alibi di ferro: mentre lo ascoltava, si appisolò e non lo
sentì. Invece della seminfermità mentale, invoca la
l’altroieri. Alcuni militari della Guardia di
Finanza, Nucleo di Polizia tributaria di Roma, si
presentano allo sportello della Bnl interno al
Senato e chiedono le carte dei movimenti bancari di
due conti correnti intestati al partito della Margherita,
defunto per chi vota, ma non per chi incassa e per chi
ruba. Vogliono appurare che fine abbiano fatto oltre
120 milioni di “rimborsi elettorali” erogati dallo Stato
dal 2007 a oggi, di cui già si sa che 13 sono spariti. Ma
vengono messi alla porta da un ordine del presidente
Renato Schifani che, previo consulto con la giunta per
le immunità, stabilisce che la visita dei finanzieri è
“ir rituale” perché non espressamente delegata dalla
Procura di Roma, che s’è limitata a incaricare le
Fiamme Gialle di acquisire la movimentazione di quei
conti, senza specificare dove. Siccome quei conti sono
presso la filiale del Senato della Bnl, è ovvio che i
finanzieri vadano lì a cercare le carte. Ma non si può, è
“ir rituale”. La Procura, tremante, ribadisce “il consueto,
doveroso rispetto delle prerogative parlamentari e di
tutte le procedure intese a tutelarle”. Insomma anche
gli sportelli bancari interni al Senato e i relativi conti
godono dell’immunità parlamentare che ne “scuda” gli
inquilini. Una forma di immunità contagiosa. Guai a
violare l’extraterritorialità dei sacri palazzi. Stiamo
parlando di un edificio popolato da ladri, pregiudicati,
inquisiti, imputati, prescritti, alcuni addirittura inseguiti
da mandati di cattura. Un posto dove non passa giorno
senza che sparisca un orologio, un cappotto, un
ombrello, un bracciale. Un’istituzione presieduta da un
signore indagato per mafia. Scene analoghe erano
accadute nel '93 e nel '94, quando prima la Finanza poi
i carabinieri si presentarono in Parlamento per
acquisire i bilanci (truccati) dei partiti coinvolti in
Tangentopoli e le liste degli eletti in Calabria (inquinate
dalla 'ndrangheta). Mancò poco che i militari venissero
arrestati dai politici. In compenso, nel 2005, Gianpiero
Fiorani entrò alla Camera con una valigetta piena di
banconote fascettate, passò con qualche patema al
metal detector (poco sensibile al denaro contante) e la
consegnò al deputato leghista Giorgetti. Insomma, se
in Parlamento entra un ladro, gli stendono il tappeto
rosso. Ma, se entra una guardia, la cacciano a pedate. In
questo mondo alla rovescia il Giornale e L i b e ro , autori
di epiche campagne contro chi pubblica
intercettazioni, specie se penalmente irrilevanti,
coperte da segreto, relative a persone non indagate,
s’indignano perché il gup di Milano ha rinviato a
giudizio B. per aver ricevuto e fatto pubblicare
un’intercettazione penalmente irrilevante, coperta da
segreto, relativa a un politico non indagato, neppure
trascritta dagli inquirenti e trafugata da un
imprenditore. Sallusti, sul Giornale che la pubblicò,
nota a modo suo il paradosso di un ex premier “ch e
voleva pure fare una legge per limitare le
intercettazioni e vietarne la pubblicazione”, sia rinviato
a giudizio per averne diffusa una, e ne deduce che “è
caccia all’uomo”. Gli sfugge che il vero paradosso è un
altro: quando la banda del buco gli portò quel nastro
rubato e proibito, B. non la mise alla porta ricordando
le sue battaglie contro le intercettazioni. Anzi, la fece
entrare e alla fine ringraziò molto per il regalo di Natale,
promettendo eterna riconoscenza. Anche Belpietro,
che dirigeva il Giornale che pubblicò la telefonata,
deplora su L i b e ro che “l’uomo che più si è battuto
contro le intercettazioni” sia “imputato di averle
abusivamente diffuse”. Il guaio è che B. è stato rinviato
a giudizio per averle abusivamente diffuse perché le ha
abusivamente diffuse. Perché è ormai certo (i due
protagonisti dell’affaire, Favata e Raffaelli, sono già stati
condannati rispettivamente con rito abbreviato e con
patteggiamento) che chi rubò quel nastro lo portò ad
Arcore e lo fece ascoltare a B. Ma B. ha sfoderato un
alibi di ferro: mentre lo ascoltava, si appisolò e non lo
sentì. Invece della seminfermità mentale, invoca la
narcolessia. Insomma, ascoltò a sua insaputa.
Marco Travaglio

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