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Il finto prete Don Verzè


Si sta parlando tanto in questi giorni di Don Verzè, fortunatamente sono pochi coloro i quali difendono i modi di fare di un'affarista che aveva legami con politica e imprenditori lombardi.
Roberta Covelli sul sito Nuova società afferma:
Feltri, con Lei non ho mai avuto nulla da spartire: siamo stati da Lei definiti "amici di Spatuzza" solo per aver manifestato contro il sultano, ci ha incolpato di far parte di un complotto, quando in piazza criticammo B, poco prima che uno psicolabile gli lanciasse una statuetta del duomo in faccia.
Per una volta siamo d'accordo, però. "Speravo di morire prima di Bocca", scrive (e Spinoza aggiunge causticamente che è speranza diffusa), per via della noia che prova per gli elogi tributati comunque per chi ci lascia.
E infatti i Cossiga e i don Verzè hanno per noi almeno un merito, se così si può dire, quello di garantirci il lusso della coerenza che equivale al pensare a loro da morti esattamente quanto potevamo pensare di loro da vivi. Quindi, come continuerò a pensare a Cossiga come ad un presidente eversivo, indegno delle cariche istituzionali che ha occupato, così ricorderò Luigi Maria Verzè come un ipocrita, legato più a Mammona che a Dio, come colui che scambiò la nostra Repubblica per uno stato teocratico, tanto da affermare che Silvio Berlusconi fosse addirittura un dono di Dio all'Italia.
È necessario coltivare il vizio della memoria, caro Feltri. Che non vuol dire autorizzarla ad infangare pretestuosamente la memoria di uomini diversi da Lei, come Enzo Baldoni e Vittorio Arrigoni, ma ricordare, senza sconti e senza interessi di bottega, il bene e il male di ognuno.
E, non si preoccupi, il giorno che dovesse toccare a Lei, non mi abbandonerò nei suoi confronti agli elogi tanto da Lei deprecati, ma conserverò il privilegio di giudicarla come La giudico ora: un esempio da non seguire.

Per saperne di più su Don Verze vi consigliamo di leggere questo articolo del fatto quotidiano:


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