Ora che quel comico di Malinconico se n’è
andato e soli ci ha lasciati, resta una domanda:
ma come aveva fatto a diventare sottosegretario
alla Presidenza del Consiglio? Chi ce l’ha
portato: la cicogna? O l’han trovato sotto un cavolo? I
particolari decisivi dello scandalo che l’ha costretto
alle dimissioni li ha scovati negli ultimi giorni il nostro
Marco Lillo. Ma che il suo nome emergesse dalle
intercettazioni della cricca per le ferie a scrocco era
emerso due anni fa nell’ordinanza degli arresti disposti
dai giudici di Firenze. Tant’è che il 30 novembre,
giorno della sua nomina, nel pezzo dedicato ai nuovi
sottosegretari (“Giù il cappuccio”), l’avevamo subito
notato: “Nessun conflitto d’interessi... per Carlo
Malinconico Castriota Scanderbeg (imparentato con la
contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare e il
marchese Giovanmaria Catalan Belmonte): lui era solo
il presidente della Federazione Editori e ora dovrà
vigilare sugli editori come sottosegretario all’Editor ia,
così almeno avrà da fare e non andrà più in ferie
all’Argentario a spese di Anemone...”. Se il premier
Monti e il presidente Napolitano leggessero anche i
giornali che ogni tanto li criticano, non solo quelli che
ogni giorno li incensano, ne avrebbero avuto
abbastanza per ritirare l’uno l’incauta nomina e l’a l t ro
l’incauta firma. Poi avrebbero dovuto convocare chi
aveva segnalato Malinconico per una bella lavata di
capo: ma come ti sei permesso di metterci in casa un
tipo tanto imbarazzante? Ci vuoi rovinare appena
partiti? Ecco, la questione è proprio questa. Nei
governi normali, i ministri li segnalano i partiti. Ma
questo è un governo “s t ra n o ”. E allora chi segnalò
Malinconico a Monti? Nelle stratificazioni della storia e
della casta che compongono il governo dei tecnici &
sobri, c’è sicuramente un girone montiano: quello
degli economisti e dei professori. Poi c’è il girone di
Passera, che si è nominato da solo: gli è bastato far
sapere di essere disponibile, una di quelle disponibilità
che in certi ambienti non si possono rifiutare. Si è
scelto il ministero extralarge, vi ha aggiunto qualche
delega e si è pure portato dietro il suo vice a Intesa,
Mario Ciaccia, e la presidente del consiglio di
sorveglianza di Intesa, Elsa Fornero. Con tanti saluti ai
conflitti d’interessi. Poi c’è il girone dei politici
travestiti da tecnici, come Polillo, D’Andrea, Riccardi
(e c’è mancato un pelo che entrassero pure Giuliano
Amato e Gianni Letta). Infine il girone dei senza
famiglia, dei figli di NN, quelli che i giornali chiamano
“grand commis dello Stato”, ovviamente “bipar tisan”:
funzionari e magistrati amministrativi, consiglieri di
Stato, collezionisti di incarichi statali e parastatali,
arbitrati e consulenze, avvitati alle poltrone dei
ministeri dove i ministri passano, ma quelli restano.
Sono una specie di massoneria anche quando non
sono massoni. C’è il multiforme Catricalà, ma anche
qua. C’è Patroni Griffi, di cui i lettori del Fatto sanno
vita e miracoli, specie immobiliari. E c’è (anzi c’e ra )
Malinconico, giunto a Palazzo Chigi nel 1996 con
Prodi, poi trasvolato dalle parti di Gianni Letta, che per
questi soggetti ha un fiuto da rabdomante e non se ne
perde uno (risucchia sempre il peggio, come le
cozze); infine nominato presidente degli editori con la
benedizione di Montezemolo. Sinistra, destra, terzo
polo. Che si vuole di più? Monti ha frequentato la
Bocconi, la Fiat, le banche internazionali e i piani alti
d’Europa. Ma non ha mai navigato nel sottobosco
romano, dove allignano questi funghi. Infatti si dice
che a segnalargli Malinconico fu Letta. Un uomo, una
garanzia. Basta conoscerne i precedenti (segnalò pure
Bertolaso, Bisignani, Guarguaglini, per non parlare di
B.) per rispondere: “Grazie Gianni, preferisco sbagliare
da solo”. O per digitare su google le parole chiave
“carlo” e “malinconico”: sarebbero subito apparse
quelle vacanze all’Argentario a spese della cricca.
Invece a Roma, quando parla Letta, tutti congiungono
le mani in segno di raccoglimento, piegandosi in un
lieve inchino. Ed è lì, in quel preciso momento, che
arriva il cetriolo.
Marco Travaglio
Vi riproponiamo la conferenza stampa di Claudio Scajola quando ebbe la faccia tosta di dire che la casa gli era stata pagata a sua insaputa:

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