Lo spettacolo degli ultimi giorni di Pompetta,
come lo chiama D a go s p i a , è un bignamino di
questi 17 anni di “rivoluzione liberale”. Lui,
tanto per cambiare, si fa i cazzi suoi. Incontra i
figli e Confalonieri per sistemare quanto ha di più caro
al mondo: le aziende e il portafogli. Poi vede Ghedini
per parlare di processi. Poi, nottetempo, riceve un
paio di squinzie in vista del “governo di scopo”.
Intanto, tutt’intorno a lui, politici e giornalisti, alte e
basse cariche dello Stato fanno finta di non vedere, e
scrivono e parlano e consultano come se la questione
fosse politica. Come se la sua strenua resistenza nel
bunker fosse mossa da ragioni economiche,
finanziarie, istituzionali. E strologano di governi
tecnici, di larghe intese, di responsabilità, di tregua, di
transizione, di decantazione, di scopo (ma nell’a l t ro
senso). E discettano di cosa sia meglio per rassicurare i
mercati e le borse, mentre lui si occupa del solito
mercato (quello delle vacche) e della solita borsa (la
sua). Così la grande tragedia nazionale finisce
immancabilmente in commedia, anzi in farsa.
Minzolingua minaccia i traditori del Capo col solito
editoriale criminoso del Tg1 pagato con i soldi di tutti:
“Voi credete di evitare le elezioni, invece le state
p rovo c a n d o ”. Ferrara, che non ha mai avuto una
notizia in vita sua, fa il primo scoop della carriera e
naturalmente è una patacca: “B. si dimette”. I mercati
internazionali, non conoscendolo, abboccano e
impazziscono di gioia, poi però scoprono chi è Ferrara
e tornano in depressione. Franco Bechis manda in rete
la telefonata con voce taroccata di un dirigente Pdl che
annuncia la dipartita del premier chiamandolo “testa
di cazzo” (dunque è uno che lo conosce bene), ma è
un’altra patacca (le dimissioni, non la testa di cazzo).
Poi su Internet smascherano la voce vera e dicono che
è Crosetto, allora Bechis dice che non è Crosetto, poi
Crosetto dice che non è Crosetto, poi Crosetto dice
che è Crosetto e si lamenta perché hanno violato la sua
privacy, ma aggiunge che non deve scusarsi di nulla
perché “io parlo sempre così” (ogni volta che incontra
il premier, lo saluta festosamente con un “ehi Silvio,
testa di cazzo, come va la vita?”). Il partigiano
Squaquadanio entra a Palazzo Grazioli dopo lunga
anticamera (c’erano le squinzie) e ne esce a bordo di
una camionetta dei Carabinieri che evidentemente,
disorientati dal toupet moquettato, han preso il tizio
sbagliato. Accade persino che il padano Bossi chieda
bofonchiando e sputacchiando al brianzolo B. di fare
“un passo di lato” (per distinguersi dal Pd, che chiede
“un passo indietro”) per essere rimpiazzato dal
siciliano Alfano, ma B. rifiuta e annuncia “un passo
ava n t i ”. E che è, una quadriglia? Una mazurka? Bella
svolta, bella discontinuità, non c’è che dire, un
governo Jolie: esce il padrone ed entra il segretario.
Esce il capocomico ed entra la spalla. Ma, siccome
siamo nati per soffrire, si parla pure di un frizzante
governo Schifani (indagato per mafia, garantirebbe la
necessaria continuità). Oppure Letta, il fratello
maggiore di Oetzi, l’uomo del Similhaun (nonché il
protettore di Bertolaso e Bisignani), per un bel
governo Cricca-P4 da arresti domiciliari. Oppure
Amato o magari Pisanu (147 anni in due), per un
adeguato rinnovamento generazionale. Alternative
davvero elettrizzanti. Tutte riedizioni della famosa
barzelletta. Lo stregone fa due prigionieri e domanda al
primo: “Bunga bunga o morte?”. Quello, ignaro di
tutto, risponde: “Bunga bunga” e viene violentato.
Stessa domanda al secondo che, ammaestrato dalla
fine del primo, risponde “Mor te”. E lo stregone: “Ok,
prima bunga bunga e poi morte”. Oggi, per non farci
godere troppo, la domanda è: “Cainano o Alfano?”.
Così alla fine ci convinceremo che forse, magari, tanto
vale tenerci il Cainano. Che fra l’altro garantisce sia
bunga bunga sia morte.
Marco Travaglio
il fatto quotidiano

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