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Intercity 590 La targhetta gialla





Viaggio sull’Intercity Firenze-Roma all’alba di una mattina qualunque. Il treno corre nella notte andando incontro alla luce del giorno. Appena arriverò a Roma Termini avrò solo una manciata di minuti per prendere la coincidenza: il regionale veloce per Napoli. Architettandosi sui treni e sulle coincidenze e scegliendo convogli arrugginiti che non usano più nemmeno nel Far West, si riesce a raggiungere la mèta con una quarantina di euro, contro il doppio dei treni belli e veloci. Passa il controllore e gli chiedo quanti minuti di ritardo abbiamo e lui, dopo aver guardato l’orologio, mi dice con fare trionfalistico che sono solo venti. Rimane a guardarmi con l’atteggiamento di chi si aspetta una pacca di approvazione sulla spalla. Devo ammettere che stavolta sono stati alquanto contenuti, ma fargli i complimenti non me la sento proprio. Raggiungo la carrozza di testa per scendere al volo perché se perdo il treno per Napoli, va a capire a che ora arrivo. Sono in prima posizione e guardo con fierezza quelli che avevano avuto la mia stessa idea, ma che avevo bruciato sulla velocità. Per viaggiare in treno bisogna essere esperti, devi sapere il momento preciso in cui fare le cose.

A un certo punto un signore grida: "La targhetta gialla!!" E scoppia il caos. Guardo l’individuo cercando di capire se fosse un agente della Cia che si esprimeva in codice. La targhetta gialla e tutti cominciano a muoversi all’impazzata. Ma è un incendio? Un terremoto? Un attacco alieno? Domando a un signore accanto  a me. Lui mi dice che la targhetta gialla è solo l’ultima invenzione di Trenitalia e sta ad indicare che quella porta non si apre. In pratica invece di aggiustare le porte che non si aprono, ci mettono una targhetta e buonanotte ai suonatori. Insomma, rimango fregato perché tutti si sono voltati per raggiungere la prima porta senza targhetta gialla, e io sono rimasto l’ultimo. 
Giunto a Roma non posso che constatare che la coincidenza se ne era andata, portandosi via la mia speranza di arrivare ad un orario ragionevole. Mi giro intorno per cercare il controllore trionfante e per spiegargli che quei venti minuti di ritardo, che a lui sembrano una quisquiglia, per me si tradurranno in un paio di orette. E poi vorrei capire perché se in Italia qualcosa parte in orario, quelle sono le coincidenze. Accipicchia!
Va bene, va. Prendiamola con filosofia. Mi dirigo verso le biglietterie per effettuare il cambio biglietto con il primo treno per Napoli. Vedo da lontano una fila corta, con poca gente e una lunghissima che mi sembrava un capitolo dell’ Antico Testamento. Ovviamente mi dirigo verso la fila corta, cullandomi nell’illusione di essere l’unico uomo intelligente presente alla stazione Termini. Poteva anche essere, no? No.

Ancora tre o quattro persone e sarebbe toccato a me. La fila di fronte, quella lunga, oscilla in maniera preoccupante. Le due signorine dietro al banco della fila corta sono veramente belle e curate nei dettagli, tanto che penso che per sceglierle ricorrano ai casting. Questo sportello è solo per le Frecce, signore. Dalla faccia che fece Noemi quando vede il mio biglietto, ritengo che nel chiamarmi signore abbia voluto strafare. Provo a sottolineare che il mio è un regionale veloce e non uno normale. Niente, devo cambiare fila.
Mi metto dietro alla persona numero duecento e comincio a pregare. Prima che tocchi a me ci vorrà molto tempo. A questo punto comincio a pensare che sforerò anche le due ore di ritardo che avevo preventivato. Mi giro intorno e non vedo il  controllore ottimista, chissà dove sarà. Mi sento come un emigrante del dopoguerra in partenza per l’America, in fila su una banchina malferma e con il futuro rinchiuso in un pacco legato con lo spago. L’emigrante rispetto a me aveva però un notevole vantaggio: lui sperava in un mondo migliore.



Fonte: il manifesto 

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