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Dieci anni dopo la Guerra in Afghanistan




Non ci vuole Nostradamus per capire come andrà a finire in Afghanistan. Di fretta e furia le alte sfere della politica decideranno che il tributo di sangue patriota costa troppo e i nostri ragazzi faranno fagotto. Saranno le contingenze economiche o, più probabilmente, un attentato particolarmente sanguinario con uno strascico di polemiche che la televisione di corte farà fatica a minimizzare, ma da una settimana all’altra si rientrerà. L’unica cosa che complica un po’ il ritiro immediato e all’italiana è la presenza di quest’entità strana che si chiama “coalizione internazionale”.
Tuttavia la situazione è chiara: con Karzai e i suoi incapaci di un minimo controllo e sopraffatti dalla perizia bellica talebana, gli Americani senza un disegno, senza una strategia, gli Italiani a provare a fare un lavoro di mediazione e di ricostruzione (anche sociale) in un territorio complesso e senza troppa speranza, l’unica via è rincasare. E’ questione di tempo, ma i talebani - prima che intrisi di fanatismo- sono gente guerriera ed esperta di armi e tatticismi militari (manovrano i kalasnikov dall’età in cui da noi ci si applica con matite e colori) e si riprenderanno l’Afghanistan reimponendo il regime oscurantista anteriore al 2001 o almeno lo renderanno instabile e violento.
Il recente rifinanziamento italiano della missione più che mostrare un piano, un obiettivo, è ispirato alla volontà di rimandare lo scontro con l’America che ci vuole sul terreno.
Se Obama parla, con circospezione per la verità, di 2013, 2014 quando –in teoria- fruttificheranno rigogliosi i semi della democrazia (tali sono le stime degli agronomi Oltreoceano) e sarà possibile chiudere la missione, in Italia il dibattito è completamente assente. Già la formula, buona per tutte le stagioni, e utilizzata da parecchi politici europei e americani: “resteremo per tutto il tempo necessario, non un giorno di più” è un capolavoro di indecenza sofistica, sufficiente a qualificare chi la pronuncia come “faccia da schiaffi”. Ma in Italia la coscienza critica è così azzerata che queste frasi sono risuonate spesso, però impunemente.
La sostanza è che l’Italia anche su questo fronte delicato, sta galleggiando: si aspetta solo la soglia oltre la quale non sarà accettato un altro morto italiano.
Sarà interessante a quel punto ascoltare i funambolismi linguistici del ministro La Russa (semmai ci sarà ancora lui alla Difesa). La cosa triste è sapere che ci sono famiglie che piangono i loro familiari mandati a morire in un deserto non si sa bene perché. I vari La Russa, Frattini, per non parlare di Berlusconi, giocano ai soldatini e non sembrano nemmeno essere troppo convinti. Ma finchè si galleggia, tutto va bene e poi, nel caso, profondersi in lacrime, contrizione, in occasione di qualche funerale di Stato, può tornare sempre bene come arma di distrazione.


Umberto Maffei  

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