
La Puerta del Sol è da tre giorni un luogo irriconoscibile. La centrale piazza madrilena,
abitualmente affollata giorno e notte e luogo simbolo della protesta degli «indignados», si è trasformata in una sorta di «zona rossa», off-limits e inaccessibile a chiunque non vi abiti o vi lavori. A sorvegliare ogni accesso, un dispiegamento di forze di polizia da fare impressione,
che attira la curiosità preoccupata delle centinaia di turisti che avrebbero voluto visitarla. Anche la stazione della metropolitana è chiusa «fino a nuove disposizioni». Il pericolo da cui proteggerla
non è altro che il «movimento del 15-M», che aveva nella piazza il punto nevralgico delle proprie attività. Con la visita di papa Benedetto XVI alle porte, in occasione della Giornata mondiale della gioventù che quest’anno si celebra proprio a Madrid, il governo spagnolo del premier socialista Zapatero, ha deciso di «liberare» la Puerta del Sol dalla presenza scomoda degli attivisti
della «spanish revolution». All’alba di martedi, su disposizione della Delegada del gobierno
(l’equivalente del nostro prefetto), agenti della polizia nazionale e di quella locale hanno sgomberato la trentina di giovani che proseguivano l’accampamento e smontato il gazebo che fungeva da punto d’informazione e coordinamento della mobilitazione. In due sono finiti
agli arresti, accusati di «disordine pubblico». Un’azione bipartisan, concertata fra il governo centrale socialista e quello municipale del conservatore Partido popular. «Anche sforzandomi, non riesco a capire la logica di questa scelta», ci dice Miguel Arana, uno degli «indignados» della prima ora. «Chi credeche in questo modo ci fermeremo, ha sbagliato di grosso: ciò che ha ottenuto è che siamo ancora più vivi e determinati». Ed è proprio così: da allora si susseguono assemblee, interruzioni del traffico in diversi punti della città e ogni sera, puntualmente
alle 20, in migliaia si concentrano nelle vie antistanti la piazza blindata. Solo una piccola minoranza cerca puntualmente di «sfondare»; i più vogliono sottrarsi a quella che ritengono essere una trappola per etichettare come violento il movimento, e preferiscono presidiare pacificamente tutto intorno al «fortino» per denunciare il sequestro di uno spazio pubblico
da parte dei «tutori dell’ordine». C’è rabbia, maanche consapevolezza che l’immagine spettrale della piazza rappresenta una loro vittoria simbolica: la «nuova» Puerta del Sol è «uno specchio della tristezza del potere», afferma ancora Miguel. Prima dello sgombero, era un’agorà viva come mai lo era stata prima: il viavai della «spanish revolution» conviveva senza problemi con quello dei turisti, molti cittadini si avvicinavano ai gruppi di lavoro, e i commercianti della zona
non avevano ragione di lamentarsi –malgrado lo facessero i vertici delle loro organizzazioni. Ora, al contrario, i negozi sono per molte ore del giorno chiusi, per motivi di ordine pubblico. Determinati a non smettere di denunciare l’assurdità paranoica di tale situazione, gli «indignati» non vogliono rinunciare, d’altro canto, a sviluppare il loro ambizioso piano d’iniziative. Mercoledì ne hanno discusso sino a notte inoltrata in un’assemblea generale, come sempre molto ordinata, nel bel mezzo della Gran Vía: c’è chi propone di organizzare un secondo forum sociale il prossimo
sabato, mentre altri lavorano già alacremente alla prima mobilitazione globale «indignata» del 15
ottobre e ad una «visita di gruppo» ai G-20 che si riuniranno a Cannes, ospiti di Nicolas Sarkozy, poche settimane dopo. Senza dimenticare la dimensione locale, da coltivare attraverso il radicamento nei quartieri e nei piccoli comuni. Le elezioni anticipate del 20 novembre, invece, non sembrano interessare i più attivi. I segnali di attenzione verso il «movimento del 15-M» da parte del candidato premier del Psoe Alfredo Pérez Rubalcaba rappresentano certo una novità,
ed è innegabile che il dibattito politico in Spagna non sia più lo stesso da quando gli «indignados»
hanno conquistato la scena. «È vero, i partiti stanno utilizzando temi sollevati da noi», riconosce Carolina García, della commissione internazionale del movimento. «Tuttavia, da loro non ci aspettiamo nulla. Appartengono a una politica – aggiunge – che riteniamo ormai obsoleta, perché non corrisponde alle possibilità di partecipazione diretta di cui oggi disponiamo ».
Fonte: Il manifesto
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