
Recessione globale in vista? Mercati nella tempesta? Fiducia dei consumatori ai minimi? Tutto sotto controllo, parola di Sergio Marchionne. “Fiat-Chrysler può navigare in mezzo alla crisi americana ancora per molto, moltissimo tempo”, assicurava il gran capo del Lingotto giusto tre settimane fa durante un incontro pubblico negli Stati Uniti. E per rafforzare il concetto
scandiva sicuro: “Ci siamo messi al riparo da altre sberle”. Sberle? Eccone una pesante. Ieri, in
una giornata da tragedia per la Borsa, il titolo Fiat ha fatto molto peggio del mercato. Meno 11,8 per cento, recita il bollettino di fine seduta contro il ribasso del 6,1 per cento dell’indice generale. È andata malissimo anche per Fiat industrial. L’altra metà del gruppo, quella che si occupa
di camion e trattori, ha perso addirittura il 13,3 per cento. Dall'inizio dell’anno, quando i mercati salutarono a suon di rialzi la separazione del business dell’auto dal resto delle attività, Fiat ha perso quasi la metà del suo valore borsistico. Intendiamoci, di questi tempi anche nel resto
del mondo non è che i marchi delle quattro ruote siano in cima alle preferenze degli investitori.
Un dossier sfornato proprio ieri dalla banca d’affari Goldman Sachs riduce le stime
delle vendite di auto per il 2012 del 7 per cento in Europa e del 3 per cento in Usa. E se
c’è aria di recessione, i titoli delle case automobilistiche sono tra i primi a farne le spese.
Così ieri sono affondate anche Bmw, Daimler, Volkswagen, Renault, Peugeot. Male a
Wall Street anche GM e Ford. Dai massimi del 2011, però, solo le due aziende francesi hanno subìto un tracollo paragonabile a quello del concorrente italiano. In altre parole, se gli operatori di Borsa vedono nero nel futuro di tutto il settore auto, la fiducia nei piani di Marchionne perde quota ancora più rapidamente. A differenza dei politici italiani (tipo il ministro Maurizio Sacconi),
portati a credere alle promesse del manager italocanadese per motivi di bottega elettorale, gli analisti sono pessimisti sulla base di una serie di dati di fatto. Vediamo. Le speranze della
Fiat, in cronica crisi di vendite sui mercati europei a loro volta in forte contrazione, sono
appese al rilancio della controllata Chrysler. Quest’ultima ha recuperato nell’ultimo anno cavalcando il boom negli Stati Uniti. Adesso però c’è il timore che i venti di recessione portino a una maggior prudenza i consumatori Usa. Chi deve cambiare auto tende a rimandare,
in attesa di vedere come si mettono le cose. Allora addio crescita a doppia cifra per l’azienda di Detroit. E se Chrysler si prende un raffreddore, Torino rischia la polmonite. NON È SOLO questione di vendite. Fiat, secondo gli analisti, è costretta a muoversi con la palla al piede di un indebitamento ancora troppo elevato. A fine anno, secondo quanto prevede lo stesso Marchionne
i debiti industriali del gruppo potrebbero toccare i 5 miliardi di euro, contro i 3,4 miliardi di fine giugno. Il debito complessivo, però, quello che comprende anche le poste finanziarie ha superato i 26 miliardi dopo l’integrazione di Chrysler, che nonostante i miglioramenti recenti deve ancora
fare i conti con i costi del salvataggio. È vero che il gruppo del Lingotto conserva in cassa una liquidità molto elevata, ma questo dato finisce per allarmare ancor di più gli investitori che si chiedono a che cosa sia dovuta tanta prudenza. Senza peraltro ricevere risposte convincenti da Marchionne. Non è una sorpresa, allora, se la sfiducia aumenta. Le cose vanno ancora peggio se Torino, come è successo negli ultimi due giorni è presa di mira dalle brutte notizie. Si comincia
dall’Asia, dove il partner indiano Rajan Tata chiede di rivedere i termini dell’alleanza
con Fiat che, dice lui, ha dato risultati inferiori alle attese. Poi c’è il Brasile, uno dei mercati
più importanti per Marchionne (vendite superiori a quelle in Italia) dove secondo gli ultimi dati Volkswagen minaccia sempre più da vicino il primato dei marchi del Lingotto. In Usa, invece, sono le vendite della Cinquecento che appaiono molto inferiori alle attese. Un menù davvero indigesto per i mercati. Nonostante l’ottimismo di Marchionne. Che si si crede al riparo dalle
sberle.
Fonte: il fatto quotidiano
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