
Uccisa da un «cocktail micidiale di farmaci, droga e alcol», la cantante inglese è stata trovata mort
a nella sua casa di Camden Square, a Londra. Ventisette anni, voce inconfondibile che inseguiva i miti soul, vita irrequieta fagocitata dal gossip: perfetta ma vera e tragicamente debole. Una superstar planetaria a partire dal suo album «Back to black», il più noto e replicato. Nell'Inghilterra che processa lo squalo Rupert Murdoch e l'infame cocktail di omofobia, perbenismo, nazionalismo sparso a piene mani dai tabloid fin dai tempi della Thatcher, Amy Winehouse era una creatura perfetta. Una sirena mutante, drogata. Inventata per popolare l'acquario della cronaca e del gossip. Una superstar planetaria che nel 2007 era riuscita a far emettere dal tribunale di Londra una sentenza anti-molestie, e a cacciare i paparazzi a 100 metri da sé e dalla sua casa di Londra. La stessa casa davanti alla quale era stata fotografata e ripresa da centinaia di occhi e flash in ogni stato tossico. Proprio il Sun aveva fatto girare un video nel quale la Winehouse che aveva «in apparenza fumato crack, diceva di aver preso ecstasy e valium».
Amy Winehouse era perfetta. Ma vera. Perciò tragicamente debole. Scavata dall'anoressia, storta come un ritratto espressionista. Da adolescente aveva frequentato le scuole di teatro e spettacolo, senza profitto. Non esistevano ancora le Star Academy e gli X factor, ma la storia era più o meno la stessa, e lei era stata cacciata perché si era fatta dei piercing a 14 anni. O qualcosa del genere. Era sottile, quasi inconsistente nella sua messa in scena. Un pezzo di storia della musica pop inglese gettato dentro un nulla da sottofondo di radio al centro commerciale. Un flusso digitale che di volta in volta occupava lo spazio in maniera del tutto casuale, tra un saldo e un discount. Attorno a un grido, una Voce. La sua. Inconfondibile. Dopo di lei copiata e clonata in tutto il mondo da decine di altre copie, e copie di copie, in uno stordente delirio warholiano. Occupano una lunga lista le performance pubbliche di Amy Winehouse, dalle botte coi paparazzi a uno scontro ravvicinato con un'altra creatura da tabloid, Pippa Middleton, fino all'ultima tournée interrotta dopo un concerto a Belgrado nel quale non era neppure in grado di mantenersi in piedi da sola sul palco. La Rete le conserva tutte con una semplice chiave di ricerca su google: amy winehouse gossip, o qualcosa del genere. Vittima, estraniata da se stessa, anche nella morte annunciata fin da troppo tempo. Inspiegabili per la polizia i motivi del decesso. Inspiegabili?
Nella classifica delle morti del rock'n'roll, da Janis Joplin fino ai Nirvana - qualcuno ha scritto: Amy Winehouse ha avuto su una generazione di cantanti donne la stessa forza dei Nirvana - la morte di Amy Whinehouse è un tweet nel nulla, in un tempo che nella musica pop ha smesso di scorrere, che si addensa ormai nella memoria senza identità dei computer. Proprio come la sua musica. Vintage, in realtà a-temporale, a partire dal suo album Back to basic, il più ascoltato e noto di tutti. Canzoni replicate in milioni di copie digitali come Love is a losing game nelle quali la Whinehouse assumeva su di sé, dentro la sua voce educata al jazz e alla canzone americana dai dischi di famiglia, le personalità delle dive soul come Diana Ross e delle copie inglesi d'epoca anni Sessanta come Dusty Springfield. Vestigia di un passato glorioso, della dimensione metropolitana della swinging London, dei mod, della liberazione sessuale. Un passato struggentemente lontano, inarrivabile, e tanto più il gioco postmoderno della musica contemporanea continua a farci credere di avvicinare a noi epoche passate, scelte senza muoversi dalla sedia soltanto con un click, downloadate negli ipod, riprodotte casualmente su facebook, oltre che ascoltate al cinema e in tv.
Nonostante tutto, eppure, Amy Winehouse era una diva soul scura e tragica, nel suo patchwork digitale tra Billy Holiday, Diana Ross e decine di dive minori del cosiddetto northern. Il suo corpo scavato, adorato da stilisti, fotografi, esteti, accresceva di molto il suo valore di culto camp e gay. Paradosso doloroso infine, quello che sta all'incrocio tra il gioco postmoderno del vintage soul di Amy Winehouse - gioco, dunque leggero, memoria casuale senza conseguenze apparenti sui corpi e sulle menti - e la crocefissione pubblica alla quale la cantante si era suo malgrado sottoposta. Segno tragico della memoria che non ci appartiene più, sparsa com'è nelle nuvole digitali e nei server indefinitamente disponibili, e che - come in un horror da rivoluzione industriale - può divorarci ancora dentro come un vampiro.
Fonte: il manifesto
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