
L’uccisione del terrorista ha riportato in auge il dibattito sulle tecniche “particolari”. E c’è chi ne fa l’apologia.
L’uccisione di Osama Bin Laden ha provocato una serie di reazioni diverse tra gli americani. Ma tra queste c’è ne è una particolarmente inquietante: l’apologia della tortura. Nel suo editoriale, il New York Times ricorda che Jose Rodriguez Jr., leader del antiterrorismo per la Cia dal 2002 al 2005, quando Khalid Shaikh Mohammed e gli altri capi di Al Qaeda sono stati catturati, ha detto al Times che gli eventi recenti dimostrano che il presidente Obama non hanno vietato le cosiddette ‘tecniche rafforzate’ di interrogatorio. Gli ha poi fatto eco anche John Yoo, l’ex avvocato del dipartimento di Giustizia di Bush, colui che ha stravolto la Costituzione e le Convenzioni di Ginevra per giustificare la pratica della tortura. Quest’ultimo ha scritto sul Wall Street Journal che l’uccisione di Bin Laden ha dimostrato che il ‘waterboarding’ e altri tipi di abusi si sono rivelati più che corretti. Sebbene non ci sia una risposta certa sul fatto che uno dei prigionieri torturati nelle prigioni volute da George W. Bush si sia rivelato utile nella ricerca di Bin Laden, secondo il resoconto di Scott Shane e Charlie Savage pubblicato dal Times di ieri, la tortura “ha svolto un ruolo marginale negli anni del meticoloso lavoro investigativo e di intelligence che ha portato alla cattura del leader di Al Qaeda”. Sempre il Times ha sottolineato come Khalid Shaikh Mohammed, che ha subito il waterboarding ben 183 volte, abbia sempre alimentato false informazioni mentre subiva le torture. Sta di fatto – conclude il New York Times – che la tortura è una pratica immorale, illegale e controproducente. E la filosofia del fine che giustifica i mezzi espressa dall’amministrazione Bush ha fatto enormi danni a questo paese e ha dato ai suoi nemici soccorso e conforto. E se questa motivazione non basta, si può aggiungere che la maggior parte degli esperti pensa che le stesse informazioni ottenute con le torture possano essere carpite con mezzi legali e umani.
L’uccisione di Osama Bin Laden ha provocato una serie di reazioni diverse tra gli americani. Ma tra queste c’è ne è una particolarmente inquietante: l’apologia della tortura. Nel suo editoriale, il New York Times ricorda che Jose Rodriguez Jr., leader del antiterrorismo per la Cia dal 2002 al 2005, quando Khalid Shaikh Mohammed e gli altri capi di Al Qaeda sono stati catturati, ha detto al Times che gli eventi recenti dimostrano che il presidente Obama non hanno vietato le cosiddette ‘tecniche rafforzate’ di interrogatorio. Gli ha poi fatto eco anche John Yoo, l’ex avvocato del dipartimento di Giustizia di Bush, colui che ha stravolto la Costituzione e le Convenzioni di Ginevra per giustificare la pratica della tortura. Quest’ultimo ha scritto sul Wall Street Journal che l’uccisione di Bin Laden ha dimostrato che il ‘waterboarding’ e altri tipi di abusi si sono rivelati più che corretti. Sebbene non ci sia una risposta certa sul fatto che uno dei prigionieri torturati nelle prigioni volute da George W. Bush si sia rivelato utile nella ricerca di Bin Laden, secondo il resoconto di Scott Shane e Charlie Savage pubblicato dal Times di ieri, la tortura “ha svolto un ruolo marginale negli anni del meticoloso lavoro investigativo e di intelligence che ha portato alla cattura del leader di Al Qaeda”. Sempre il Times ha sottolineato come Khalid Shaikh Mohammed, che ha subito il waterboarding ben 183 volte, abbia sempre alimentato false informazioni mentre subiva le torture. Sta di fatto – conclude il New York Times – che la tortura è una pratica immorale, illegale e controproducente. E la filosofia del fine che giustifica i mezzi espressa dall’amministrazione Bush ha fatto enormi danni a questo paese e ha dato ai suoi nemici soccorso e conforto. E se questa motivazione non basta, si può aggiungere che la maggior parte degli esperti pensa che le stesse informazioni ottenute con le torture possano essere carpite con mezzi legali e umani.
Fonte: giornalettismo
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