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“Sì, avevamo un piano: prendere qualche afghano e ammazzarlo”


Il soldato ritratto nelle foto choc che avevano mostrato il “kill team” uccidere per sport civili indifesi ha confessato. Sissignore. “Sissignore, avevamo un piano: uccidere la gente”. Erano il kill team di Kandahar. Erano soldati americani che gironzolavano per la regione, acchiappavano qualche civile indifeso e lo massacravano. Così, per vedere un po’ l’effetto che faceva. Per giocare e vedere come sarebbe andata a finire. Senza nessuna motivazione apparente. Per gioco. Per sport.

Il loro problema è che oltre ad andare in giro per il territorio del paese asiatico a massacrare i civili per sport, avevano anche l’abitudine di farsi delle foto. Foto terribili di corpi dilaniati e di soldati che li ostentavano come trofei di caccia. Come il bisonte abbattuto nell’ultima scorreria, pronto per essere scuoiato. Foto che poi sono state pubblicate dai media internazionali, e che hanno fatto – come impedirlo, d’altronde – molto rumore.

I protagonisti delle fotografie pubblicate il 20 marzo del magazine tedesco, sono membri del «Kill Team», tristemente noti per le loro gesta inumane. Der Spiegel ha coperto i volti dei cadaveri per evitare che le loro espressioni di morte fossero visibili, ma le facce dei soldati e i loro visi quelli pieni di sadico compiacimento sono chiari. Lo squadrone della morte, composto da militari statunitensi, è stato accusato di aver ucciso civili indifesi in maniera indiscriminata. Cinque soldati provenienti dalla 5 Striker Brigade della 2 Infantry Division, con base nello Stato di Washington, saranno giudicati dalla corte marziale per l’omicidio di tre persone. Altri sette membri sono accusati di crimini meno pesanti. Lo squadrone inscenava finti combattimenti per attaccare a caso afghani inermi con armi e granate. La vicenda è venuta alla luce grazie a un altro soldato che ha informato un ispettore dell’esercito di quanto stava avvenendo pagando sulla sua stessa pelle visto che è stato picchiato dai suoi commilitoni per «averli traditi».
Ne
parlavamo anche su queste pagine, riprendendo il pezzo del quotidiano tedesco Der Spiegel, che per primo aveva diffuso il materiale.
E insomma gli artefici di questa bella festa sono stati già
incriminati presso la corte marziale statunitense, dove dovranno rispondere di omicidio plurimo. Non che abbiano molto scampo: le foto li incriminano. I loro volti sorridenti mentre il sangue degli innocenti scorre non lascia molto spazio alle interpretazioni. E infatti alcuni di loro iniziano a confessare. Uno di essi, per la precisione, di cui, dalle foto, era già stato ricavato nome e cognome: Jeremy Morlock.
Una delle immagini ritrae il soldato Jeremy Morlock, di Wasilla, in
Alaska, posare con volto sorridente vicino a un afghano morto, il cui corpo quasi completamente nudo è coperto da sangue. Morlock alza per i capelli la testa della sua vittima come fosse un trofeo: ora deve rispondere di omicidio.
Morlock ha confessato davanti ai giudici militari: è tutto vero, signori. Eravamo un kill team ed avevamo la deliberata idea di andare in giro per le regioni rurali del paese del centroasia a sparare ai civili inermi.
Proprio mentre l’Onu, quando la comunità internazionale è troppo occupata a seguire le vicende della Libia e del Giappone – e giustamente – mediante una risoluzione del consiglio di Sicurezza ha prorogato di un anno la copertura internazionale della missione. Si spera che un processo esemplare a questi militari eviti futuri episodi del genere.
Il soldato Jeremy Morlock, 23 anni, ha affermato ad una corte militare di aver aiutato ad uccidere tre
afghani disarmati. “Il piano era uccidere la gente, signore”, ha detto ad un giudice militare a Fort Lea, vicino Seattle. Il caso ha causato titoli rabbiosi sui giornali di tutto il mondo. In una serie di confessioni videoregistrate agli investigatori, alcune delle quali sono state trasmesse nelle Tv americane, Morlock ha raccontato dettagliatamente come lui ed altri membri della sua brigata Stryker abbia messo in scena scene di combattimento finte così da poter uccidere civili che non costituivano alcun pericolo per loro.
Insomma, ecco il modus operandi. Scene di combattimento finte, simulazioni di scontri con insurgents afghani che in realtà erano civili inermi, per poi procedere alla loro uccisione; a seguire,
foto da trofeo.
E’ la malattia della guerra, che rende l’uomo che vi partecipa una macchina da uccisioni, assuefatto alla morte? Non è il caso di fare psicologia da quattro soldi. C’è un processo che cammina e delle responsabilità da accertare. E c’è un racconto sanguinario, di morti che non dovevano morire, di civili massacrati da uomini in armi. Normale che l’
esercito americano sia il primo ad essere interessato a risolvere la questione nella maniera più rapida possibile: le forze armate a stelle e strisce non fanno certo una bella figura.
Il caso è un disastro di immagine per l’esercito americano ed è già stato paragonato al noto incidente di torture che emerse dalla prigione di Abu Ghraib in Iraq. (…) Alcuni soldati avrebbero tenuto parti delle loro vittime, incluso un teschio, come souvenir. In una dichiarazione emessa in risposta alla pubblicazione delle foto, l’esercito americano si è scusato con le famiglie delle vittime. “Le foto sono ripugnanti e contrarie agli standard e ai valori dell’esercito degli Stati Uniti.”.
Tutto era molto semplice. Si incontrava un soggetto per strada, e lo si ammazzava.
“Identifichiamo un soggetto. Gibbs fa un commento, tipo, sapete, ‘vogliamo ammazzarlo o no?” ha confessato Morlock.
Un videogame. Solo che i morti sono veri. E questi ragazzi andranno in galera.


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