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I pacifinti: tutti i colori del centrodestra arcobaleno


Questo articolo ci illustra come l'opinione pubblica venga influenzata sulla Guerra in Libia contro Gheddafi. I giornali di "regime" italiani, non vedono di buon occhio la guerra, ma ci sono delle eccezioni:



I fan delle guerre di Bush si scoprono per la prima volta sostenitori del non interventismo, guidati dal direttorissimo Vittorio Feltri. Da alcuni giorni piovono le bombe sulla Libia. Gli Stati Uniti hanno formato una coalizione per fermare un massacro di civili e, anche se questo è ancora un punto critico ed irrisolto, liberarsi di un dittatore. Sabato prossimo in Italia si sfilerà anche contro la nuova guerra dell’Occidente, la terza in un decennio contro un Paese islamico. Dopo anni di filo americanismo a prescindere, la destra italica si schiera contro le bombe americane. Vedremo per la prima volta Vittorio Feltri marciare in testa al corteo insieme a Gino Strada? Libero è il quotidiano che meglio sa interpretare il sentimento della base forza leghista . Filo-americana e anche anti-araba, si sarebbe pensato fino a lunedì scorso. Il giornale di Feltri e Belpietro esce in edizione straordinaria e titola “Guerra da Matti”. L’intervento di Sarkozy, Cameron e Obama è materia da psichiatria, non da relazioni internazionali.
Prendiamo atto che l’imperativo categorico è abbattere il raìs a costo di sparacchiare. Ma preghiamo chi punta ad abbatterlo di non prenderci in giro e dire che non lo fa per spirito umanitario, per consegnare la Libia a giovani democratici. Laggiù non ci sono giovani democratici da aiutare, ma solo tribù ostili al Colonnello al quale intendono sostituirsi adottandone gli stessi sistemi illiberali e violenti.
Vittorio Feltri non solo attacca la guerra libica, ma rimarca la sua coerenza nell’aver cambiato diametralmente posizione. Qualche anno fa c’era un progetto di trasformazione del Medio Oriente, oggi c’è solo un dittatore che minaccia di fare un massacro della sua popolazione.
In passato siamo stati imbrogliati: ricordate la favoletta che bisognava
esportare la democrazia in Afghanistan e in Iraq? Ci credemmo anche noi. Poi si è visto come è andata. AI tempo gli eserciti se non altro si mossero a seguito di una tragica provocazione: l’attacco alle Torri gemelle, migliaia di morti ammazzati dai terroristi islamici in aereo. La reazione degli Usa aveva un senso, quello di dimostrare agli assassini capeggiati da Bin Laden che l’America e i suoi alleati non cedevano al terrore, ma pretendevano di riaffermare i valori della civiltà occidentale. Nel suo piccolo l’Italia dette il proprio contributo, nonostante che la sinistra e numerosi pacifisti (anche cattolici) si fossero schierati apertamente con Saddam (e contro Bush), organizzando cortei, comizi, esposizione di bandiere della pace alle finestre. Ci piaceva l’idea per quanto ingenua di esportare la democrazia in Iraq, sacrificando il despota. Il piano è semifallito. Ma allora c’era almeno un piano. Oggi si va in Libia col proposito di cacciare Gheddafi e di appoggiare i suoi oppositori, fingendo di ignorare che questi non sono affatto migliori di lui.
Il direttorissimo del centrodestra poi evidenzia come l’ex amicone Gheddafi si è proprio arrabbiato con noi, quindi meglio non essere un altro degli obiettivi della sua possibile vendetta. E poi, attenzione che tutte le
guerre finiscono molto peggio di come iniziano, la stessa tesi che un altro idolo dei berlusconiani, Vauro, ripete poche ore dopo su un palco insieme a Gino Strada. Ce l’ha giurata. Si batterà sino alla morte e, prima di morire, ce la farà pagare. Alludiamo ad azioni terroristiche. Certe minacce non vanno sottovalutate, soprattutto pensando a quanto accaduto in passato. Abbiamo che fare con un uomo pessimo, ma di parola. Non si tiene poi in considerazione che la guerra non sarà una passeggiata, durerà mesi, anni; e si ignora come finirà. Forse i belligeranti giungeranno a un compromesso: la creazione di due staterelli, la Tripolitania (sotto Gheddafi) e la Cirenaica (con un nuovo regime, di sicuro non democratico).

Insomma non scordiamoci delle esperienze: il Vietnam sembrava dovesse essere mangiato in un boccone, l’Afghanistan è ancora sotto l’incubo dei talebani, l’Iraq è un campo di battaglia Non si capisce perché Berlusconi e il suo governo si siano infilati in questo vicolo cieco. I sondaggi parlano chiaro: gli italiani sono sconcertati, esigono spiegazioni.

Si può trascinare in guerra un Paese evitando di dire ai cittadini perché? Già. Perché? Da tre mesi si dibatte su Ruby e la Minetti, poi si va in battaglia nel deserto senza dire una parola. Vittorio Feltri non è isolato, al contrario. Sempre su “Libero”, la giornalista Maria Giovanna Maglie, che ha seguito il percorso di Ferrara dall’adorazione per Craxi alla fede assoluta in Bush, si domanda: “Per chi combattiamo?“, “l’unico vincitore potrebbe essere Al Qaeda”, avverte i lettori berlusconiani.

Dubbi sulla guerra in Libia sono espressi anche da “Il Giornale”, quotidiano edito dalla famiglia Berlusconi, dove Magdi Cristiano Allam scrive che in questa guerra “l’unica vera certezza, al di là delle reali intenzioni che l’hanno scatenata e dei suoi ipotetici sviluppi regionali e internazionali, è che a vincere saranno gli integralisti islamici“. Anche Marcello Veneziani commenta: “temo che l’attacco militare sia un errore di cui pagheremo le conseguenze“. La linea la detta ovviamente Giuliano Ferrara, recuperato nella battaglia finale di Berlusconi – quella contro il Rubygate – per ritornare ad essere la voce che dà la linea al popolo berlusconiano. Il mai pentito neocon Giuliano Ferrara attacca l’umanitarismo di Obama, ma spinge l’Italia alla guerra. Certo, la fanfara del 2003 non squilla più forte e chiara, ma come mai potrebbe senza l’amato amico George?
Umanitarismo, quan­ti delitti si commet­tono in tuo nome. Peggio: quanti erro­ri. Guardate il caso della Li­bia di Gheddafi, ora al cen­tro di una tempesta diplo­matica e militare con l’Ita­lia in prima linea. L’umanitarismo non è so­lo una edificante visione del mondo, è una maschera ideologica. Costringe al­l’inazione, mette i governi in mano a un’idea equivoca di ciò che vuole davvero l’opinione pubblica, dilata i tempi delle decisioni crucia­li e li affida alla ambigua re­te di consenso del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, un organismo fonda­to sul diritto di veto dei suoi membri permanenti. Se questo è vero, adesso per l’Italia di gover­no e d i opposizione è il momento di partecipa­re impegnativamente all’impresa europea e americana decisa con un grottesco ritardo, ma con grande attenzione agli interessi italia­ni coinvolti nell’operazione: specialmente in­teressi di sicurezza militare ed energetica, e di protezione dei confini da incontrollate onda­te migratorie.

Senza mai dimenticare, nono­stante le pittoresche deformazioni del siste­ma dei media e il bailamme fazioso in cui il Paese è immerso, che con gli accordi del 2008, stipulati con il colonnello Gheddafi titolare d i u n legittimo potere a Tripoli, abbiamo do­verosamente chiuso un doloroso e secolare contenzioso coloniale.
Lo scetticismo sulla questione libica è forte ma Ferrara rimane comunque pro war. D’altronde, da quando è diventato una figura pubblica di peso ha appoggiato ogni intervento americano, e gli tocca ancora nonostante il debole e socialista Obama. Il pacifismo hardcore è recuperato da Vittorio Sgarbi, che si scopre novello Aldo Capitini per dire
no all’intervento militare:
Non c’è nessuna buona ra­gione per aderire alla posizione dei volenterosi accettando la risoluzio­ne Onu e seguendo la Nato e gli
americani. Obama è ancora una volta, come Bush e Clinton, pronto a un’azione militare. In molti Stati della civile America c’è ancora la pe­na di morte.

L’illuminismo si è fer­mato. Ciò che era chiaro a Cesare Beccaria e ad Alessandro Manzoni non è stato completamente com­preso dalla democrazia america­na. Lo Stato che uccide non risarci­sce il torto subito. Impone la sua for­za con lo stesso arbitrio del crimina­le. Nessuno può disporre della vita di un altro. Perché dovendo distinguere gli italiani dagli americani, risalgo a po­sizioni così lontane? Perché è evi­dente che la retorica con cui si fa ri­ferimento alle inermi e indifese po­polazioni civili sotto l’attacco mili­ta­re di Gheddafi esclude che lo stes­so comportamento, con analoghi ri­schi, possa essere assunto con la no­bile motivazione di difendere il po­polo libico. Non parlo per questio­ni di principio. Mi riferisco alle tan­te azioni, in particolare in Irak, che hanno reso odiosi gli americani per­ché le loro bombe contro il dittato­re hanno, non raramente, colpito ci­vili.

Il delirio guerrafondaio di Sarkozy oggi, e il rigore di Obama minacciano identici rischi. Si può bombardare senza uccidere, an­che con le migliori intenzioni. Bom­bardare anche senza milizie di ter­ra, cui almeno si risparmia la vita (quanti italiani sono morti nelle missioni di pace?) vuol dire essere in guerra. E non c’è nessuna buona ragione di concedere ad americani e francesi le nostre basi di Gioia del Colle, Trapani, Sigonella. Malta che, con noi è il Paese più vicino e più a rischio, non consentirà l’uso delle basi.Perché l’Italia sì?
All’editoriale del redivivo Vittorio manca solo un bel “No alla guerra senza se e senza ma”, ma purtroppo non è mai stato dotato di autoironia. La voce di Sgarbi non è ovviamente l’unica che si alza al cielo, esprimendo perplessità se non aperta contrarierà.

Piero Ostellino, l’editorialista del Corriere della Sera più vicino alle posizioni berlusconiane, si schiera tra gli scettici sull’intervento in Libia, e dà le colpe per la perdita di influenza dell’Italia nello scacchiere mediterraneo alla cultura progressista che notoriamente ha governato questo Paese, specie negli ultimi dieci anni.
Le rivolte popolari nei Paesi dell’Africa del Nord hanno messo in moto un riposizionamento delle grandi potenze regionali europee nell’area del Mediterraneo che sta relegando l’Italia in retroguardia. Prima di finire a rimorchio della Francia, e accodarsi a un intervento, ancorché inevitabile ma dal quale abbiamo tutto da perdere, sarebbe stata utile, da parte nostra, un’iniziativa diplomatica forte, come la proposta di una Conferenza dei Paesi dell’area, dalla Lega araba alle maggiori potenze europee.

Ora, in quella che, per dirla con un tardo paradosso marxista, ha tutta l’aria di un’iniziativa para-coloniale, legittimata da una «guerra umanitaria» – della quale si eviterà probabilmente di fare il computo delle vittime – e condotta all’insegna di interessi nazionali accuratamente celati all’opinione pubblica da quel velo di ipocrisia che copre ogni operazione di Realpolitik, i giochi sono fatti alle nostre spalle. Siamo rimasti i soli a ritenere l’interesse nazionale un «mostro morale», e a non perseguirlo con sano realismo; incoraggiati da una cultura progressista ondivaga, che un giorno è internazionalista e l’altro nazionalista; un giorno è interventista e l’altro no.


Fonte: Giornalettismo



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