
Sarkozy ha premuto l'acceleratore mentre il governo italiano è rimasto a guardare. Ma nella nuova Libia potrebbe non esserci più spazio per noi. È stata una scelta inevitabile. Non per forza la migliore Il governo italiano aveva il dovere di partecipare alla coalizione internazionale che sta imponendo la no-fly zone sulla Libia. Per motivi umanitari, certo. Ma anche e soprattutto per interesse nazionale. Il rischio è concreto: nella nuova Libia potrebbe non esserci più spazio per l'Italia di Berlusconi.
Sarkozy ha premuto l'acceleratore della via militare per la risoluzione della guerra civile in Libia. Non solo una zona di non volo che possa evitare che Gheddafi possa bombardare la popolazione delle città controllate dagli insorti. Il governo francese appoggia apertamente gli insorti. L'Italia no. I motivi sono tanti dal trattato di amicizia con Gheddafi, al baciamano del premier, passando per Unicredit.
La fretta della Francia. Sarkozy lo sa bene. La Libia rappresenta una vera e propria terra di conquista. Petrolio e gas. Ma non solo. Con questo intervento la Francia vuole imporre la sua leadership sul Mediterraneo, sfruttando il maggiore disinteresse americano e la debolezza internazionale dell'Italia. Proprio per questo Sarkozy ha istituito l'Unione del Mediterraneo, un'alleanza strategica per la stabilità del Mare Nostrum. A questo si aggiunge il desiderio di mettere le mani sull'uranio, elemento presente in grandi quantità nella zona contesa tra Ciad e Libia, per alimentare le proprie centrali nucleari. Così, per divenire interlocutore preferenziale con il nuovo Stato libico che potrebbe sorgere dalla rivolta, Sarkozy si è da subito schierato con i ribelli ed è anche stato il primo ad inviare i caccia sui cieli di Tripoli e di Bengasi.
Il governo tentenna. Prima il silenzio di fronte ai massacri, poi il governo italiano è costretto a cambiare linea nei confronti del regime libico. “Con i colleghi europei siamo tutti d'accordo che la stagione del regime di Gheddafi ormai è finita”. Esordiva così il ministro degli Esteri Franco Frattini al termine del Consiglio Ue il 10 marzo scorso. L'Italia sembrava appoggiare la posizione degli altri paesi europei ed occidentali. Ma lo stesso giorno si smarcava da un impiego delle Forze Armate italiane nell'area in caso di imposizione di una no-fly zone: “L'Italia non parteciperà a bombardamenti mirati su territorio libico”. Come a dire: “Svolgeremo solo un ruolo secondario di supporto”. Come se la questione libica non interessasse l'Italia in primo luogo. Poi il 18 marzo di vigilia, il ministro degli Esteri ci ripensa: “Non solo basi per attuare la risoluzione dell'Onu”, una presenza “attiva” per il nostro Paese. Poche ore dopo spiega: “Per l'uso dei nostri aerei stiamo attendendo richieste”. L'Italia c'è ma non si impone. Un profilo più che basso, bassissimo. Così sabato scorso iniziano i bombardamenti sulla Libia ma l'Italia non c'è. Non si tratta di pacifismo o di incapacità militare. Si tratta di rinunciare a svolgere un ruolo geopolitico centrale in una zona strategica per i nostri interessi. I motivi sono due: dall'amicizia con Gheddafi che compromette l'immagine dell'Italia con l'Occidente, alla crisi interna con la Lega.
Il freno a mano della Lega. “Con questo conflitto arriveranno centinaia di migliaia, se non milioni di immigrati; è un buco nero”, ha comunicato la Lega Nord che venerdì si era smarcata dal voto in aula per il via libera all'intervento armato italiano. Il governo ha avuto bisogno dei voti dell'opposizione per ottenere il consenso parlamentare per la missione. Esattamente come avvenne nel 1999 per Massimo D'Alema per il Kosovo. Per il partito di Bossi, oggi espressione parlamentare di quel pacifismo senza se e senza ma tanto apprezzato dalla sinistra radicale, il conflitto creerà delle vere e proprie “invasioni barbariche” dirette verso l'Italia. Tuttavia, i motivi che spingono la Lega su questa linea (“facciamo come la Merkel”) riguardano non solo l'immigrazione, ma anche (e forse soprattutto) Unicredit. Se il Colonnello era forse l'unico interlocutore valido per bloccare i flussi di migranti, è anche , insieme al suo clan, una parte fondamentale del grande gruppo bancario italiano che già oggi vede il 7,5% del suo patrimonio interessato dalle sanzione Ue verso il regime di Gheddafi. Per la Lega, Unicredit, dopo l'estromissione dell'ad Alessandro Profumo lo scorso settembre, è divenuta una banca strategica per i suoi interessi politico-finanziari nel Nord e questa guerra rischia di indebolirla notevolmente.
Altro che clandestini. Il rischio di una gigantesca ondata migratoria paventata dalla Lega è francamente fantascienza. Nonostante i feroci scontri, nemmeno un libico è sbarcato in Italia o a Lampedusa. Decine di migliaia di profughi hanno varcato il confine con la Tunisia e si sono ammassati al confine con l'Egitto, ma in Italia non sono arrivati. Piuttosto, i migranti che giungono a Lampedusa fuggono dalla Tunisia e sono quasi tutti tunisini in cerca di lavoro, di democrazia o semplicemente cercano di raggiungere i propri parenti che vivono e lavorano nell'Europa settentrionale. Sono persone che con gli eventi libici non c'entrano in alcun modo. E l'imposizione di una no-fly zone o anche ulteriori interventi militari mirati non potrebbero in alcun modo accelerare un processo migratorio che attualmente non esiste.
Il governo rinuncia. A causa della debolezza interna e per via dell'amicizia con Gheddafi, il governo italiano rinuncia a giocare un ruolo di primo piano. Soprattutto a livello internazionale l'Italia è isolata. È isolata anche perché era l'unico paese occidentale a fare grandi affari in una terra ricca di petrolio e gas. Un'anomalia che deve essere stroncata. Non è un caso che sabato pomeriggio a Parigi la stretta di mano più fredda è stata proprio quella tra Sarkò e Berlusconi. Il governo italiano, di fronte all'insistenza francese, avrebbe dovuto giocare le sue carte in maniera ben diversa. Costretto dall'appartenenza alla Nato e alla Ue a prendere le distanze dal regime di Gheddafi, Berlusconi non ha tenuto una linea chiara nei confronti dei ribelli. Di conseguenza, comunque andrà la guerra, l'Italia avrà perso. Se vincerà Gheddafi ci sarà l' “invasione cinese” (l'unico paese del Consiglio di Sicurezza a non aver condannato il regime libico) e se vinceranno gli insorti il controllo dei pozzi potrebbe finire in mano a società europee in cui la Francia e la Gran Bretagna giocheranno un ruolo preminente, a scapito dell'Eni.
Cosa poteva fare l'Italia che non ha fatto? In una situazione così incerta, l'unica strada percorribile era quella di appoggiare in tutto e per tutto gli insorti e di proporre per primi una no-fly zone. In questo modo avremmo partecipato come protagonisti alle azioni militari e avremmo potuto riconquistare la fiducia dei libici rivoltosi, così da garantirci contratti vantaggiosi. D'altronde gli insorti hanno avvisato l'Occidente: “Ci ricorderemo di chi ha aiutato la nuova Libia”. Non è troppo tardi. Ma rimarrebbe comunque un ostacolo da superare. Si chiama Silvio Berlusconi. La sua faccia è comparsa troppe volte accanto a quella del rais sui giganteschi manifesti di regime. È un personaggio ormai compromesso che non gode neppure della stima dei partner europei a causa delle note vicende giudiziarie. La strada per salvare gli interessi italiani in Libia e per rafforzare il ruolo del nostro Paese nel Mediterraneo passa inevitabilmente per le sue dimissioni.
Sarkozy ha premuto l'acceleratore della via militare per la risoluzione della guerra civile in Libia. Non solo una zona di non volo che possa evitare che Gheddafi possa bombardare la popolazione delle città controllate dagli insorti. Il governo francese appoggia apertamente gli insorti. L'Italia no. I motivi sono tanti dal trattato di amicizia con Gheddafi, al baciamano del premier, passando per Unicredit.
La fretta della Francia. Sarkozy lo sa bene. La Libia rappresenta una vera e propria terra di conquista. Petrolio e gas. Ma non solo. Con questo intervento la Francia vuole imporre la sua leadership sul Mediterraneo, sfruttando il maggiore disinteresse americano e la debolezza internazionale dell'Italia. Proprio per questo Sarkozy ha istituito l'Unione del Mediterraneo, un'alleanza strategica per la stabilità del Mare Nostrum. A questo si aggiunge il desiderio di mettere le mani sull'uranio, elemento presente in grandi quantità nella zona contesa tra Ciad e Libia, per alimentare le proprie centrali nucleari. Così, per divenire interlocutore preferenziale con il nuovo Stato libico che potrebbe sorgere dalla rivolta, Sarkozy si è da subito schierato con i ribelli ed è anche stato il primo ad inviare i caccia sui cieli di Tripoli e di Bengasi.
Il governo tentenna. Prima il silenzio di fronte ai massacri, poi il governo italiano è costretto a cambiare linea nei confronti del regime libico. “Con i colleghi europei siamo tutti d'accordo che la stagione del regime di Gheddafi ormai è finita”. Esordiva così il ministro degli Esteri Franco Frattini al termine del Consiglio Ue il 10 marzo scorso. L'Italia sembrava appoggiare la posizione degli altri paesi europei ed occidentali. Ma lo stesso giorno si smarcava da un impiego delle Forze Armate italiane nell'area in caso di imposizione di una no-fly zone: “L'Italia non parteciperà a bombardamenti mirati su territorio libico”. Come a dire: “Svolgeremo solo un ruolo secondario di supporto”. Come se la questione libica non interessasse l'Italia in primo luogo. Poi il 18 marzo di vigilia, il ministro degli Esteri ci ripensa: “Non solo basi per attuare la risoluzione dell'Onu”, una presenza “attiva” per il nostro Paese. Poche ore dopo spiega: “Per l'uso dei nostri aerei stiamo attendendo richieste”. L'Italia c'è ma non si impone. Un profilo più che basso, bassissimo. Così sabato scorso iniziano i bombardamenti sulla Libia ma l'Italia non c'è. Non si tratta di pacifismo o di incapacità militare. Si tratta di rinunciare a svolgere un ruolo geopolitico centrale in una zona strategica per i nostri interessi. I motivi sono due: dall'amicizia con Gheddafi che compromette l'immagine dell'Italia con l'Occidente, alla crisi interna con la Lega.
Il freno a mano della Lega. “Con questo conflitto arriveranno centinaia di migliaia, se non milioni di immigrati; è un buco nero”, ha comunicato la Lega Nord che venerdì si era smarcata dal voto in aula per il via libera all'intervento armato italiano. Il governo ha avuto bisogno dei voti dell'opposizione per ottenere il consenso parlamentare per la missione. Esattamente come avvenne nel 1999 per Massimo D'Alema per il Kosovo. Per il partito di Bossi, oggi espressione parlamentare di quel pacifismo senza se e senza ma tanto apprezzato dalla sinistra radicale, il conflitto creerà delle vere e proprie “invasioni barbariche” dirette verso l'Italia. Tuttavia, i motivi che spingono la Lega su questa linea (“facciamo come la Merkel”) riguardano non solo l'immigrazione, ma anche (e forse soprattutto) Unicredit. Se il Colonnello era forse l'unico interlocutore valido per bloccare i flussi di migranti, è anche , insieme al suo clan, una parte fondamentale del grande gruppo bancario italiano che già oggi vede il 7,5% del suo patrimonio interessato dalle sanzione Ue verso il regime di Gheddafi. Per la Lega, Unicredit, dopo l'estromissione dell'ad Alessandro Profumo lo scorso settembre, è divenuta una banca strategica per i suoi interessi politico-finanziari nel Nord e questa guerra rischia di indebolirla notevolmente.
Altro che clandestini. Il rischio di una gigantesca ondata migratoria paventata dalla Lega è francamente fantascienza. Nonostante i feroci scontri, nemmeno un libico è sbarcato in Italia o a Lampedusa. Decine di migliaia di profughi hanno varcato il confine con la Tunisia e si sono ammassati al confine con l'Egitto, ma in Italia non sono arrivati. Piuttosto, i migranti che giungono a Lampedusa fuggono dalla Tunisia e sono quasi tutti tunisini in cerca di lavoro, di democrazia o semplicemente cercano di raggiungere i propri parenti che vivono e lavorano nell'Europa settentrionale. Sono persone che con gli eventi libici non c'entrano in alcun modo. E l'imposizione di una no-fly zone o anche ulteriori interventi militari mirati non potrebbero in alcun modo accelerare un processo migratorio che attualmente non esiste.
Il governo rinuncia. A causa della debolezza interna e per via dell'amicizia con Gheddafi, il governo italiano rinuncia a giocare un ruolo di primo piano. Soprattutto a livello internazionale l'Italia è isolata. È isolata anche perché era l'unico paese occidentale a fare grandi affari in una terra ricca di petrolio e gas. Un'anomalia che deve essere stroncata. Non è un caso che sabato pomeriggio a Parigi la stretta di mano più fredda è stata proprio quella tra Sarkò e Berlusconi. Il governo italiano, di fronte all'insistenza francese, avrebbe dovuto giocare le sue carte in maniera ben diversa. Costretto dall'appartenenza alla Nato e alla Ue a prendere le distanze dal regime di Gheddafi, Berlusconi non ha tenuto una linea chiara nei confronti dei ribelli. Di conseguenza, comunque andrà la guerra, l'Italia avrà perso. Se vincerà Gheddafi ci sarà l' “invasione cinese” (l'unico paese del Consiglio di Sicurezza a non aver condannato il regime libico) e se vinceranno gli insorti il controllo dei pozzi potrebbe finire in mano a società europee in cui la Francia e la Gran Bretagna giocheranno un ruolo preminente, a scapito dell'Eni.
Cosa poteva fare l'Italia che non ha fatto? In una situazione così incerta, l'unica strada percorribile era quella di appoggiare in tutto e per tutto gli insorti e di proporre per primi una no-fly zone. In questo modo avremmo partecipato come protagonisti alle azioni militari e avremmo potuto riconquistare la fiducia dei libici rivoltosi, così da garantirci contratti vantaggiosi. D'altronde gli insorti hanno avvisato l'Occidente: “Ci ricorderemo di chi ha aiutato la nuova Libia”. Non è troppo tardi. Ma rimarrebbe comunque un ostacolo da superare. Si chiama Silvio Berlusconi. La sua faccia è comparsa troppe volte accanto a quella del rais sui giganteschi manifesti di regime. È un personaggio ormai compromesso che non gode neppure della stima dei partner europei a causa delle note vicende giudiziarie. La strada per salvare gli interessi italiani in Libia e per rafforzare il ruolo del nostro Paese nel Mediterraneo passa inevitabilmente per le sue dimissioni.
Fonte: Diritto di Critica
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