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Calo matricole e laureati, lavoro a fatica


Meno matricole e meno laureati. L'università pubblica italiana arretra. Tutte le facoltà perdono iscrizioni (-5% nell'ultimo anno, -9,2% negli ultimi 4) - anche se le scientifiche tengono meglio - e il Sud e il Centro Italia soffrono di più rispetto al Nord. A fotografare il poco confortante scenario dell'istruzione superiore in Italia (in controtendenza gli atenei privati che registrano un aumento delle immatricolazioni del 2% assorbendo il 6,6% degli immatricolati totali) sono due rapporti, uno realizzato dal Cun (Consiglio universitario nazionale), l'altro elaborato dal consorzio Almalaurea, entrambi presentati oggi nella sede della Crui. Sul banco degli imputati certamente c'é la crisi economica - per molte famiglie mantenere un figlio all'università è diventato un costo insostenibile - ma non solo.

"Manca una efficace politica di orientamento nelle scuole superiori che sventi il rischio di avere una massa di giovani di serie B rispetto agli altri Paesi" ha spiegato il presidente del Cun Andrea Lenzi puntando l'indice anche contro una campagna mediatica che non ha giovato al settore (si continua a dire troppi laureati, non trovano lavoro ecc...). E sicuramente gli investimenti in istruzione non fanno onore al nostro Paese: fra i 28 paesi dell'Oecd, infatti - ha sottolineato il presidente di Almalaurea, Andrea Cammelli - il finanziamento italiano, pubblico e privato, in istruzione universitaria è più elevato solo di quello della Repubblica Slovacca e dell'Ungheria (l'Italia vi destina lo 0,88% del Pil, contro l'1,07 della Germania, l'1,27 del Regno Unito, l'1,39 della Francia e il 3,11 degli Stati Uniti).

Insomma, per dirla con le parole del rettore della Sapienza, Luigi Frati, presente stamani in Crui, si brucia il futuro dei giovani e del Paese se si continua a investire in comunità montane inutili piuttosto che in istruzione e ricerca. Quali che siano le cause, l'università ha perso appeal. Lo dimostra il fatto che pur essendo aumentati i diplomati delle scuole superiori - +0,9% nel 2010 - si sono iscritti in meno all'università: il 62%, contro il 66% del 2009, il 65% nel 2008 e il 68% nel 2007. Eppure la laurea continua a "pagare": i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 11 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (77 contro 66%) e anche la retribuzione premia i titoli di studio superiori: risulta più elevata del 55% rispetto a quella percepita dai diplomati. Cionondimeno è indubbio che, anche se un po' meno rispetto all'anno passato, i laureati fanno ancora fatica a trovare lavoro dopo aver messo in tasca il titolo di studio. Considerando i laureati del 2009 emerge che la disoccupazione aumenta, seppure in misura inferiore all'anno scorso, fra i triennali: dal 15 al 16% (l'anno precedente l'incremento era stato intorno ai 4 punti percentuali). La disoccupazione cresce anche fra i laureati specialistici biennali, quelli con un percorso di studi più lungo: dal 16 al 18% (la precedente rilevazione aveva evidenziato una crescita di oltre 5 punti percentuali). Ma sale pure pure fra gli specialistici a ciclo unico: dal 14 al 16,5%.

Dilatando l'arco temporale (2005-2010) la quota di laureati pre-riforma occupati a cinque anni ha subito una contrazione di quasi 6 punti percentuali. E desta preoccupazione anche un altro fenomeno: il "lavoro nero" sta aggredendo anche in alto. I laureati che lavorano senza contratto, a un anno dal conseguimento del titolo di studio, raddoppiano tra gli specialistici biennali raggiungendo il 7%; per i laureati di primo livello i "senza contratto" passano dal 3,8 al 6%; gli specialistici a ciclo unico (ovvero i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza), che registrano da sempre un valore più elevato, passano dall'8 a quasi l'11%.

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