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Il nucleare che ti schiavizza


Da Il fatto quotidiano di oggi, un'articolo sul nucleare in Francia, che lascia alquanto senza parole.

Nucleare a Flamanville, operai immigrati in regime di semischiavitù.

Operai tenuti in semi-schiavitù. Siamo nel cantiere della nuova centrale atomica di Flamanville, nella Bassa Normandia, dove un terzo dei 3.200 addetti è immigrato da Romania e Bulgaria.

La denuncia parte da un’inchiesta del quotidiano France Soir e parla di lavoratori sottopagati, costretti a lavorare anche più di 15 ore al giorno e alloggiati in bungalow fatiscenti.

È l’altra faccia del nucleare di nuova generazione, lo stesso che, ritenuto un “modello” sia dal governo che dal Vaticano, dovrebbe approdare anche in Italia.

Un deteriorarsi delle condizioni di vita e di lavoro avvenuto a causa dei ritardi accumulati e del continuo aumento dei costi presso il cantiere della futura centrale. Ma anche alla parziale privatizzazione di Edf, e al dilagante fenomeno dei subappalti.

Il disagio e la frustrazione degli operai sono iniziati a trapelare grazie a un adesivo, apposto negli scorsi giorni all’esterno del cantiere di Flamanville: “Stress, oppressione, disperazione, siamo stanchi”.

France Soir rivela che “circa un terzo dei 3.200 lavoratori della società statale sono stranieri. Per lo più rumeni e bulgari, ma anche spagnoli e portoghesi”. Una situazione che sta preoccupando anche i sindacati francesi. Per Jacques Tord, delegato speciale del sindacato Cgt (Confédération générale du travail), le condizioni di lavoro degli immigrati sono diverse da quelle dei lavoratori francesi ed è impossibile sapere quanto siano pagati e quante ore fanno effettivamente. “A volte iniziano alle 6 del mattino e terminano alle 22 di sera – dice il sindacalista – È inaccettabile”.

Non solo l’orario di lavoro. “A qualche chilometro dal cantiere del super reattore EPR di Flamanville – scrive Michel Manfredi sul quotidiano francese – più di cinquecento lavoratori stranieri, in maggioranza rumeni, sono alloggiati nel vecchio Camping du grand large. Uno spazio municipale con 250 bungalow nei quali ogni operaio, per 250 euro al mese, deve condividere con un altro locatario un alloggio minuscolo, munito solo di angolo cottura, un tavolo, una panca ed una camera da letto, se così la si può definire, che non è più di 4 metri per 2”.

Porte che non si chiudono ed isolamento inesistente hanno portato gli operai a tappezzare le finestre con fogli di giornale, un improbabile tentativo di affrontare meglio il freddo dell’inverno normanno.

E devono fare pure attenzione a come si muovono perché se una sedia si rompe devono sborsare di tasca loro 70 euro, mentre una bruciatura di sigaretta sul tavolo ne “costa” 20.

Ma non è tutto. Ciò che lascia più perplessi è che durante le loro poche ore libere, gli operai non possono ricevere visite.

Flamanville purtroppo non è l’unico esempio di sfruttamento. Sono oltre 22 mila i precari dell’industria atomica d’Oltralpe: lavoratori senza fissa dimora che percorrono la Francia a chiamata. “Il fatto che abbiano cominciato a vuotare il sacco è il segnale che la situazione è veramente grave”, avverte Alain de Halleux, autore del documentario R.A.S – Nucléaire. Rien à signaler. “Fino agli anni ‘90 il nucleare civile in Francia era legato a una nozione di servizio pubblico – aggiunge il video-maker francese – Alla base c’era un’idea di per sé ‘generosa’: quella di fornire energia a basso prezzo a tutti i cittadini”. Ma lo scenario è completamente cambiato: “L’imperativo ora é fare soldi e farli in fretta, anche a scapito della sicurezza”, afferma la sociologa del lavoro Annie Thébaud-Mory. La causa sembra risiedere nel sistema dei subappalti, che fra le funeste conseguenze ha avuto quella di aver reso più lievi i controlli e ridotto al minimo i tempi degli arresti di produzione, necessari durante le periodiche manutenzioni dei reattori.

Un allarme lanciato da antinuclearisti, associazioni di scienziati indipendenti come Criirad e Global Chance, ma anche da Philippe Billard, “decontaminatore contaminato” che, con comprensibile pessimismo, afferma: “Faremo la stessa fine di quelli dell’amianto. E non potremo chiedere il conto a nessuno perché le contromisure sono già state prese: hanno subappaltato tutto, rischi e responsabilità”. Persino Marcel Boiteux, ex-direttore generale di Edf (dal 1967 al 1987), ha ammesso: “Ormai si è oltrepassato il segno. Il fenomeno dei subappalti è diventato una mania. Il rischio è quello di una perdita del controllo sulla catena produttiva e di un impoverimento delle competenze e della professionalità, che un giorno potrebbe portare al disastro”.

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