
“Neanche una morta in più” era il suo slogan, il suo sogno. Purtroppo però questa volta è toccato a lei: Susana Chavez, trentaseienne poetessa ed attivista per i diritti delle donne, è stata violentata, mutilata ed uccisa lo scorso 12 gennaio a Ciudad Juarez in Messico.
È un inferno, oggi, essere donna a Ciudad Juárez, ancora di più se povera e costretta a lavori umili come i turni massacranti delle maquiladoras, le enormi catene di montaggio di quei prodotti di alta tecnologia che poi invadono le case dei benestanti del primo mondo, Stati Uniti in primis.
È durante i viaggi notturni verso questi lavori che si compie il tragico destino di centinaia di giovani messicane. Rapite alla discesa dall’autobus, alla fermata, oppure dagli autisti stessi a fine corsa, vengono abusate, torturate e uccise fino all’abbandono del corpo in luoghi sperduti.
Susana, come tante altre attiviste, aveva provato a ribellarsi, a garantire diritti a chi non può averne per la sola colpa di essere nata donna.
Il 2010 si era concluso tragicamente con il 446esimo femminicidio, quello di un’altra attivista per i diritti umani, Marisela Escobedo, uccisa davanti al Palazzo di giustizia di Ciudad Juarez, dove si era recata un’ennesima volta per protestare contro i giudici che avevano assolto un giovane che, nel 2008, aveva ucciso sua figlia.
Croci rosa invadono i cimiteri, sono le croci che portano il nome delle giovani donne ritrovate finora, ma che non ci sono per i cadaveri non ancora recuperati, sono adesso anche le croci di Marisela e Susana.
Chiara Milano
È un inferno, oggi, essere donna a Ciudad Juárez, ancora di più se povera e costretta a lavori umili come i turni massacranti delle maquiladoras, le enormi catene di montaggio di quei prodotti di alta tecnologia che poi invadono le case dei benestanti del primo mondo, Stati Uniti in primis.
È durante i viaggi notturni verso questi lavori che si compie il tragico destino di centinaia di giovani messicane. Rapite alla discesa dall’autobus, alla fermata, oppure dagli autisti stessi a fine corsa, vengono abusate, torturate e uccise fino all’abbandono del corpo in luoghi sperduti.
Susana, come tante altre attiviste, aveva provato a ribellarsi, a garantire diritti a chi non può averne per la sola colpa di essere nata donna.
Il 2010 si era concluso tragicamente con il 446esimo femminicidio, quello di un’altra attivista per i diritti umani, Marisela Escobedo, uccisa davanti al Palazzo di giustizia di Ciudad Juarez, dove si era recata un’ennesima volta per protestare contro i giudici che avevano assolto un giovane che, nel 2008, aveva ucciso sua figlia.
Croci rosa invadono i cimiteri, sono le croci che portano il nome delle giovani donne ritrovate finora, ma che non ci sono per i cadaveri non ancora recuperati, sono adesso anche le croci di Marisela e Susana.
Chiara Milano
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