Studio e Lavoro: le facce della stessa medaglia (Lettera aperta di Egle Radogna - Università di Firenze)

Egle Radogna - Università di Firenze ci scrive:
Gentile redazione di Nodo in Gola,
le parole della lettera aperta che vi invio le ho scritte pensando di
rivolgerle idealmente a quanti più studenti e soprattutto persone possibili
cercando di mettere nero su bianco i punti comuni della protesta che tanto
accomuna queste due fasce sociali e di cittadini: il diritto allo Studio ed
Lavoro giorno per giorno intrecciate dall'asfissia a cui la politica e in testa
il governo le riduce. Spero la pubblichiate con un primario obiettivo: la
condivisione.
Grazie e a presto.
Il mondo dei lavoratori e quello dell’istruzione italiana sono uniti da un’unica e amara verità: un peso sociale che vale quanto una piuma. La nostra è una classe studentesca non ancora operaia ma operosa nella volontà di formazione – ahinoi - controcorrente ai tagli governativi, alle imposizioni di un decreto che ha fuorviato una libera discussione e decisione parlamentare in merito al futuro economico e culturale di questa Repubblica . Gli studenti non sono scesi in piazza per noia o pura visibilità mediatica (se non ai fini di farsi ascoltare con gli occhi e in viva voce, laddove buona parte del tubo catodico la distorce a gusto politico) ma per reclamare il diritto allo studio, sancito costituzionalmente,e che proprio come il diritto al lavoro rende di senso compiuto “[…] il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese ” promosso nell’art. 3 della Carta. Sul caso Fiat ci accomuna agli operai: la difesa dello stipendio dei Ricercatori e degli studenti –lavoratori, in gran parte sottopagati e sfruttati; un ‘onesta sete collaborativa e contributiva che nel lavoro rispecchia la dignità umana di ciascuno; la minaccia di perdere una libera rappresentazione della propria categoria, sottostando al ricatto che intende barattarla con la propria occupazione.
E’ notizia di oggi su Repubblica che il nostro manager (pardòn) Ministro dell’Istruzione esiga a gran voce di far sue le nomine di chi sarà al vertice e nel consiglio d’amministrazione del nostro più illustre ente di ricerca nazionale, il CNR. I due organi direzionali saranno così gestiti a piene mani da un potere squisitamente politico in grado di manovrare collateralmente anche l’afflusso di fondi decisi dal Direttore sulla cui carica mette la firma - sorpresa - proprio il Ministro(!). In parole povere questo significa la ramificazione aziendale di criteri di studio, deviati da quelli scientifici e culturali, che invece di volgere al potere economico e particolare dovrebbero interessarsi al progresso umano alimentandosi con progetti di ampio e disinteressato respiro (se non quello della conoscenza).
Sentiamo nostri la protesta degli operai di Mirafiori ed il coraggioso “no” della Fiom al contratto impostogli da Marchionne, perché la strada dei reciproci manager vuole imporci una retromarcia sulla presa di coscienza dei nostri diritti costituzionali urlati e volantinati per garantire un’unica e sempre più solida catena di montaggio che, grazie al frutto di chi ha lavorato, permetta ai figli di ogni famiglia lo studio.
L’art. 33 tutela l’autonomia della Ricerca che il Ministro Gelmini tenta di sabotare inserendo la sua proposta di governance nello Statuto che il CNR sta attualmente discutendo o ancora nelle università pubbliche aumentando considerevolmente la quota ed il peso dei membri esterni nel consiglio di Amministrazione impoverendo il ruolo decisionale del Senato Accademico*. Tornando in fabbrica le limitazioni imposte dall’accordo di Marchionne tentano di far naufragare gli articoli 14,19 e 20 - all’interno dello Statuto dei lavoratori - che proteggono l’identità e la libertà di associazioni sindacali realmente scelte e condivise dalla classe operaia.
Il parallelo fra i due blocchi sociali si regge proprio per il punto che riguarda la rappresentanza: la nomina di Direttore del CNR è sostenuta oltre che da un criterio di scientificità –attualmente abbiamo in carica un Fisico - anche da una discussione parlamentare che verrebbe presto esautorata dalle clausole di stampo filo - governativo dell’on. Gelmini. E un’altra clausola fa perdere la forza di una voce libera ai lavoratori e cioè quella di “responsabilità” nell’accettare l’accordo industriale Fiat in toto, pur facendo a meno di un’importante sigla sindacale come la Fiom. Questo di fatto annulla il potere di sciopero - invece garantito nell’art.14 dello Statuto – per quei lavoratori che si vedono rappresentati dalla sigla fuori contratto e allontana per l’azienda il rischio di rivendicazioni nate dal basso perché mancherà una consistente parte del sindacato cui rivolgersi. Prima che un patto coi lavoratori questo è proprio un ricatto o meglio un atto discriminatorio identico a quello che l’art. 15 considera nullo quando miri a “subordinare l'occupazione di un lavoratore alla condizione che aderisca o (in questo caso) non aderisca ad una associazione sindacale ovvero cessi di farne parte”. E’ ovvio che l’accordo di Marchionne non è così esplicito, ma cavalcando lo strenuo e legittimo rifiuto della Fiom, sfrutta l’umanissimo bisogno di lavorare degli operai che in larga parte, intervistati alle telecamere di Annozero, hanno ammesso la triste verità del loro “sì” e reso ancor più meschino il “dialogo” che l’Amministrazione è stata in grado di rivolgere alla sua forza lavoro.
La disorganizzazione imposta ai turni in fabbrica somiglia alla precarietà di chi farà studio e ricerca ad intermittenza, con mini contratti di 3 anni in 3 anni, senza la minima salvaguardia per la continuità del proprio operato con tagli al FFO**(e non conteggiabili alla preparazione degli studenti) del 13% nel solo 2011, minando una chiara prospettiva di lavoro che all’estero va sotto il nome di “tenure track”. Quest’ultima è la garanzia di chi ha scelto lo studio come professione e ne permette il rispetto economico e sociale, motivo della ben nota fuga dei cervelli a cui sta per aggiungersi quella delle auto torinesi di cui molti progetti, tutti italiani, sono andati a casa Chrysler; per non parlare di molti altri stabilimenti manifatturieri nostrani che il made in Italy piuttosto che impiegarlo lo vogliono solo sull’etichetta a prodotto finito (un nome per tutti le coraggiose operaie della OMSA).
Ma è anche la salute di studenti e lavoratori a valere meno e con lo stesso ago della bilancia si soppesano gli aumenti di straordinario richiesti a operai, per necessità indefessi, la riduzione delle pause e per giunta quella dei pagamenti sui giorni di malattia: passando da tre ad a malapena due; e sullo stesso piatto le inadempienze organizzative e concrete delle strutture scolastiche di ogni grado: dalla mancanza di igiene fino ai ben più gravi disagi strutturali.
Non è la decurtazione dei diritti allo Studio e al Lavoro il filo rosso con cui unire due fisiologici e basilari strumenti di percorso nella vita di ogni cittadino; da studente e studiosa penso che il Ministro dell’Istruzione avrebbe potuto concertare meno con quello delle Finanze e più con il far riaffiorare le radici culturali e storiche di un paese che arriverà al 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia senza alcun serio progetto di studio che lo riguardi. E senza aver coinvolto lo straordinario laboratorio di intelligenze che nessun altro Ministero ha, vale a dire gli allievi di tutte le scuole italiane: l’unico investimento su cui, ad occhi chiusi, aveva il dovere di puntare.
Egle Radogna – Università di Firenze
*(dal kit di protesta a cura del coordinamento dei ricercatori di Pisa)
** Fondo di Finanziamento Ordinario
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