
L’equipe della Mount Sinai School of Medicine di New York, con a capo la ricercatrice italiana Cristina Alberini (foto a destra), pare sia riuscita ad identificare la proteina che funziona da potenziometro della memoria umana.
Il gruppo di ricerca, pare abbia studiato gli effetti dell’ormone IGF2 che, una volta iniettato su dei topi con l’ormone della memoria a bassi livelli, ne migliora i ricordi di un percorso che gli era stato insegnato precedentemente. La ricercatrice ha spiegato:
“La proteina IGF2, agisce direttamente nel centro neurale della memoria, l’ippocampo, potenziando il consolidamento strutturale del ricordo mediante la formazione di ponti tra neuroni. La ricerca punta a dare ulteriori risposte sulla causa della carenza o assenza di questo ormone e va ancora constatata l’effettiva applicazione sull’uomo, per contrastare non solo piccoli cali di memoria, ma anche patologie gravi come Alzheimer, Ictus ed invecchiamento cognitivo”.
Invece gli scienziati che sono rimasti in Italia?
Due settimane a questa parte giornali online, blog e testate di settore stanno trattando – e disquisendo – sulla scoperta di due ricercatori dell’Alma Mater di Bologna: Andrea Rossi e Sergio Focardi (foto a sinistra), il primo ingegnere, il secondo fisico.
Prima di parlare – seriamente – della scoperta bolognese è opportuno considerare come, ad oggi, viene prodotta l’energia nucleare.
Cominciamo distinguendo le due reazioni nucleari più comuni: la fusione e la fissione.
La prima è il fenomeno grazie al quale tutti i giorni una palla di gas che chiamiamo Sole, riesce a produrre una temperatura (nel nucleo) di oltre 15 milioni di gradi. Ciò avviene grazie a due fattori: pressione e temperatura. In questo modo 2 atomi di idrogeno si fondono formando un atomo di elio, rilasciando un enorme quantità di energia che c’irraggia e scalda da oltre 4,5 miliardi di anni.
La seconda è invece il fenomeno opposto, usato tanto nelle centrali quanto nelle bombe nucleari, si basa sul bombardamento tramite neutroni di un materiale fissibile – come l’uranio o il plutonio – che ne scinde gli atomi e genera una reazione a catena controllata.
Le centrali a nucleari hanno perciò bisogno di materiale appositamente trattato – raro e costoso – con tutti i problemi legati alla sicurezza ed allo smaltimento delle scorie radioattive.
Per questo motivo è da 20 anni a questa parte che ricercatori di tutto il mondo stanno inseguendo il mito di un energia pulita, a basso costo e infinita chiamato “fusione fredda“.
Come suggerisce il nome, la fusione “fredda” differisce dalla fusione nucleare “standard” perché non necessita delle temperature e delle pressioni che si sviluppano nelle stelle, ma al contrario, sfruttando le proprietà di un catalizzatore, permette la fusione di nuclei atomici che a loro volta rilasceranno energia pulita ed a basso costo.
Come già scritto prima, un mito.
La notizia dei due ricercatori bolognesi ha riportato l’interesse dei media sull’argomento dopo l’annuncio, avvenuto a metà gennaio, della realizzazione di un reattore – o Energy Catalyzer — funzionante a nichel ed idrogeno e capace di produrre 12.000 W/h consumandone 600 – questi sono i dati di uno degli esperimenti fatti alla presenza di alcuni giornalisti e ricercatori.
Nel mondo accademico c’è però grande scetticismo sui risultati dei due italiani: poiché il processo è coperto da segreto industriale, non sono state rilasciare specifiche riguardo alla tecnologia ed ai fenomeni che avvengono tra i due elementi per far si che avvenga l’agognata reazione di fusione, che da idrogeno-nichel produce rame. Inoltre gli stessi ricercatori non riescono tutt’ora a spiegare esattamente, se non tramite congetture, il motivo dei risultati ottenuti.
Da parte loro Rossi e Focardi rigettano le accuse di ciarlataneria, riportando articoli, peer-reviews ed esperimenti sul proprio blog Journal of Nuclear Physics, ed affermando che la conferma del mondo accademico non è necessaria per loro, consci della validità della propria invenzione, considerano il mercato il vero giudice: al momento sono in produzione esemplari del “catalizzatore energetico” destinate al mercato aziendale delle energie alternative.
Per ora, fiduciosi o scettici, facciamo i migliori auguri ai due inventori e rimaniamo tutti in ascolto di nuovi sviluppi ed interessanti sviluppi riguardo questa tecnologia.
La seconda è invece il fenomeno opposto, usato tanto nelle centrali quanto nelle bombe nucleari, si basa sul bombardamento tramite neutroni di un materiale fissibile – come l’uranio o il plutonio – che ne scinde gli atomi e genera una reazione a catena controllata.
Le centrali a nucleari hanno perciò bisogno di materiale appositamente trattato – raro e costoso – con tutti i problemi legati alla sicurezza ed allo smaltimento delle scorie radioattive.
Per questo motivo è da 20 anni a questa parte che ricercatori di tutto il mondo stanno inseguendo il mito di un energia pulita, a basso costo e infinita chiamato “fusione fredda“.
Come suggerisce il nome, la fusione “fredda” differisce dalla fusione nucleare “standard” perché non necessita delle temperature e delle pressioni che si sviluppano nelle stelle, ma al contrario, sfruttando le proprietà di un catalizzatore, permette la fusione di nuclei atomici che a loro volta rilasceranno energia pulita ed a basso costo.
Come già scritto prima, un mito.
La notizia dei due ricercatori bolognesi ha riportato l’interesse dei media sull’argomento dopo l’annuncio, avvenuto a metà gennaio, della realizzazione di un reattore – o Energy Catalyzer — funzionante a nichel ed idrogeno e capace di produrre 12.000 W/h consumandone 600 – questi sono i dati di uno degli esperimenti fatti alla presenza di alcuni giornalisti e ricercatori.
Nel mondo accademico c’è però grande scetticismo sui risultati dei due italiani: poiché il processo è coperto da segreto industriale, non sono state rilasciare specifiche riguardo alla tecnologia ed ai fenomeni che avvengono tra i due elementi per far si che avvenga l’agognata reazione di fusione, che da idrogeno-nichel produce rame. Inoltre gli stessi ricercatori non riescono tutt’ora a spiegare esattamente, se non tramite congetture, il motivo dei risultati ottenuti.
Da parte loro Rossi e Focardi rigettano le accuse di ciarlataneria, riportando articoli, peer-reviews ed esperimenti sul proprio blog Journal of Nuclear Physics, ed affermando che la conferma del mondo accademico non è necessaria per loro, consci della validità della propria invenzione, considerano il mercato il vero giudice: al momento sono in produzione esemplari del “catalizzatore energetico” destinate al mercato aziendale delle energie alternative.
Per ora, fiduciosi o scettici, facciamo i migliori auguri ai due inventori e rimaniamo tutti in ascolto di nuovi sviluppi ed interessanti sviluppi riguardo questa tecnologia.
Fonte : Brescia Point
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