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Roma e l'ombra del Vaticano


Di fronte al disastro della sua politica, Gianni Alemanno ha pensato bene di farsi dare la benedizione del Vaticano. Ovvio che l’appuntamento del 14 gennaio degli amministratori di regione, provincia e città fosse programmato ben prima della crisi di giunta. Resta il fatto che per l’occasione il sindaco delle promesse fallite si è premurato ancora una volta di ammantarsi nel vessillo della più stretta osservanza chiesastica.

È da tempo lo stile dei dirigenti del centrodestra dell’era berlusconiana. Come le signore che si danno un’aggiustatina con un colpo di cipria e una passata di rossetto, i falchetti del “partito dell’amore” nei momenti difficili vocalizzano l’aria di papa e cristianità.

Berlusconi, fresco di menzogna di Stato alla Questura di Milano, promette al cardinale Bertone: “Non sarò mai contro il Vaticano”. Sacconi, che plaude al macero del diritto dei dipendenti d’azienda di eleggersi i loro delegati, inneggia al valore della Vita (sempre quella astratta, mai quella concreta di chi lavora o di chi rifiuta l’accanimento dei trattamenti medici in fine di vita). Alemanno, portandogli la nuova giunta, reca in dono al Pontefice il “desiderio dell’amministrazione comunale di rendere più organica l’intesa e la proficua collaborazione, che si è instaurata con le varie articolazioni della diocesi di Roma”.

Per le istituzioni valorizzare le energie, che emergono dalla società civile, è un dovere.

E certo il mondo cattolico è vivace e generoso nel suscitare tante iniziative. Altra cosa è vagheggiare “intese organiche” tra Comune e una circoscrizione ecclesiastica come la Diocesi. È questo ossequio neoconcordatario che dà fastidio (l’anno scorso Alemanno regalò tredici ettari al Vaticano che di sicuro non ha bisogno di nuove proprietà, neanche a fini assistenziali) e sarebbe bene che il sindaco si ricordasse che Roma è una Capitale composita, fatta di credenti e diversamente credenti, di cattolici, cristiani di varie confessioni, ebrei, musulmani, buddisti, agnostici e atei.

E soprattutto che ci sono centinaia di migliaia di cattolici, che su pillola, unioni di fatto, fecondazione artificiale, testamento biologico, partnership omosessuali, la pensano assai diversamente dalle gerarchie vaticane.

Anche fra chi lo ha votato ci sono cittadini che non accettano da parte del loro sindaco la ripetizione pedissequa del mantra “tutela della vita umana in ogni fase e della famiglia fondata sul matrimonio”.

Tutelare la vita è un imperativo, ma migliaia di cittadine romane aspettano che nelle farmacie nessuno si permetta di sabotare la distribuzione della pillola del giorno dopo. Sostenere la famiglia è precisamente quello che l’attuale governo non fa. Ed è benvenuta ogni iniziativa a livello cittadino, provinciale e regionale. Ma questo non esime un’amministrazione cittadina europea dall’obbligo di aiutare anche le coppie di fatto, comprese quelle omosessuali.

Toccherà alla nuova giunta dimostrare di fare meglio della precedente, viste le condizioni disastrose in cui versa la città.
Non basta la foglia di fico di un esponente cattolico come Gianluigi De Palo, presidente delle Acli romane e del Forum delle famiglie del Lazio, o di un esperto dirigente della Banca d’Italia come Carmine Lamanda.

Roma ha bisogno di uscire dalla mentalità di clan, che ha segnato la prima giunta, ma soprattutto il Campidoglio è drammaticamente privo di una visione culturale per progettare l’Urbe del XXI secolo.

Per averla non basta andare in piazza San Pietro nemmeno ogni giorno.
Fonte: Il fatto quotidiano

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