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Benetton, il Nordest trasloca in Serbia


Il governo di Belgrado ha annunciato l'imminente accordo per portare una parte della produzione del gruppo negli stabilimenti dismessi della Niteks, a Nis
Il Nordest non è più un miracolo da un pezzo. Oggi poi che le aziende fuggono via, rischia di trasformarsi in un problema serio. Questa volta l’attrazione fatale (per la Serbia) ha colpito, in assoluta discrezione, il gruppo Benetton che trasferirà un altro pezzo di produzione fuori dai confini: così, a operazione conclusa, quasi l’ottanta per cento dei capi d’abbigliamento marchiati Ponzano saranno fatti in giro per il mondo. Nonostante la roccaforte delle vendite, per la famiglia Benetton, sia ancora il Belpaese, dove distribuisce il 45 per cento di quello che produce.
Ma le regole del mercato non guardano in faccia a niente e nessuno, soprattutto in tempi di crisi. La destinazione scelta dalla grande famiglia veneta è Nis, cento chilometri a sud di Kragujevac, dove la Fiat produrrà il suo nuovo monovolume e dove già assembla qualcosa come quindicimila vetture all’anno con l’obiettivo di arrivare a ventimila. Un accordo, quello coi Benetton, che non è ancora stato firmato, ma sul quale – come precisa il governo di Belgrado – mancano solo dettagli. L’offerta del governo serbo, da luglio sul tavolo di Luciano il patriarca, è simile a quella fatta alla Fiat: un contributo di diecimila euro per ogni lavoratore assunto (in un Paese dove la paga media è di 80 euro al mese) e un’area industriale, quella della Niteks, in regalo. Purché vengano riassunti i seicento lavoratori che oggi si trovano in ferie forzate dopo un tentativo di privatizzazione finito col fallimento.
Dopo mesi di riflessione e trattative il gruppo di Ponzano è pronto a cedere alle lusinghe di Belgrado. In assoluto silenzio o, come amano dire da quelle parti, “discrezione” appunto, il trasloco sarebbe già pronto. D’altronde Benetton, più di una volta, ha detto che la sua filosofia è quella di un “federalismo industriale” che avvicini la produzione al mercato per macro aree geografiche. E l’investimento a costo zero in Serbia – dove è possibile la costituzione di una società mista col governo di Belgrado – sarebbe perfettamente in linea con la strategia aziendale. Tranne però un piccolo particolare: Benetton ormai produce quasi tutto all’estero, ma la fetta di mercato più importante resta l’Italia e, soprattutto, deve la sua fortuna anche alla garanzia del made in Italy. Ma anche su questo punto la risposta di Ponzano sarebbe chiara: dare maggiore equilibrio ai ricavi, attualmente provenienti per il 45% dall’Italia, per il 33% dal resto d’Europa, per il 16% dall’Asia e per il 4% dalle Americhe.
D’Altronde la Benetton di Ponzano oggi non è più un’azienda a conduzione familiare, ma un impero: una multinazionale a controllo italiano che opera principalmente nel settore dell’abbigliamento casual e dei tessuti e possiede i marchi United Colors of Benetton, Sisley, Playlife, Killer Loop, Undercolors. I suoi marchi si trovano anche, attraverso contratti di licenza, su prodotti dell’azienda turca Zorlu Holding per la biancheria, la francese Selective Beauty per i profumi, la milanese Siport per le scarpe da bambini. Ha contratti di licenza anche con aziende che producono gioielli, profilattici e cartoleria.
Il gruppo è composto da 55 società, 40 delle quali con sede all’estero come Benetton Slovacchia, Benetton Ungheria, che coordina la produzione effettuata tramite terzisti nell’Europa dell’Est, Benetton Croazia, che si dedica principalmente al confezionamento dei vestiti in lana, Benetton TextilConfeccao che confeziona vestiti in Portogallo e Benetton Tunisia, che ha un duplice ruolo di tintoria e di coordinamento della produzione tramite terzisti in Nord Africa. La capogruppo è Benetton Group Spa, posseduta per il 67% dai Benetton attraverso la società Edizione Holding, la cassaforte finanziaria.
Ma anche la famiglia che a Ponzano e nel Veneto è radicata come poche altre e di questo è sempre andata fiera, deve – come si dice in termini imprenditoriali – restare al passo coi tempi. E il viaggio verso i Paesi dove il costo del lavoro è infinitamente più basso era un passaggio obbligato. La Serbia poi è destinazione quasi naturale, vista la vicinanza geografica e il collegamento autostradale più che buono.
E a Ponzano non c’è stato bisogno di nessun referendum, anche se l’apertura in Serbia crea qualche malumore, soprattutto dopo le voci insistenti di licenziamenti all’interno delle sedi pricipali del marchio, Castrette e, appunto, Ponzano, dopo le “ristrutturazioni” e gli “accorpamenti” dei mesi scorsi. Ma la notizia non è ancora apparsa sui giornali nazionali in Italia e, se non ne avessero parlato la tv e il governo serbo, forse nessuno l’avrebbe saputo. Perché appunto è la discrezione la miglior arma dei fratelli Benetton, consuetudine mantenuta e trasmessa ai figli e ai nipoti.

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