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La riforma universitaria e gli studenti


Francesca ha 21 anni, vive alla periferia di Roma, è iscritta al terzo anno di giurisprudenza. Il padre è autista di autobus, la madre operatrice ecologica, lei fa la cameriera per mantenersi gli studi. Francesca fa parte di una generazione a cui è stato “bloccato il futuro”. Nel 2009 infatti l’Eurostat ha segnalato come in Europa “in genere il tasso di disoccupazione tende a diminuire con l’aumento dell’istruzione”. In Italia, in Portogallo, in Grecia e in Turchia invece più sei istruito e più avrai difficoltà. L’istituto di statistica spiega che il nostro paese ha “registrato il livello di disoccupazione più alto fra le persone con un’età compresa fra i 25 e i 29 anni”. Nel 2007, prima della crisi, i disoccupati con una laurea erano il 19,3%. (leggi l’articolo). Esattamente come quelli diplomati. E oggi va peggio. Anche per questo Francesca ci ha inviato questa lettera per spiegarci perché è scesa in piazza nei giorni scorsi. Le sue motivazioni infatti non hanno a che fare solo con la riforma dell’Università che la maggioranza, “temendo scossoni”, ha deciso di fare slittare dopo il voto di fiducia previsto per il 14 dicembre (leggi l’articolo).Voi come rispondete a Francesca?

Caro direttore,
sono una studentessa romana di 21 anni, iscritta al terzo anno di giurisprudenza. Scrivo al Fatto Quotidiano perché spero che possa dar voce a una generazione ormai troppo spesso ignorata. Per farci ascoltare siamo dovuti scendere in piazza e bloccare le città. E nonostante questo ci hanno dato dei falliti e dei fannulloni.Io non sono una bambocciona, né sono fuori corso come dice il presidente del Consiglio. Io sono l’orgoglio di una famiglia che spera ancora di potermi dare una vita migliore di quella che hanno avuto loro. Noi studenti non siamo scesi in piazza solo per la riforma. Certo, quella è la punta dell’iceberg di una cultura che questo governo ha voluto imporre: sei ricco? Potrai ancora studiare. Sei povero? Meglio se fai un istituto professionale e ti cerchi un lavoro, perché l’Università non te la potrai permettere. Io fino ad oggi posso garantirmi gli studi grazie alla borsa di studio e al lavoro di cameriera. Se dall’anno prossimo verrà a mancarmi la prima, il secondo non mi basterà più.Sono stata e tornerò in piazza per far sentire la mia voce insieme a quella degli altri ragazzi che non solo hanno paura di non potersi laureare, ma soprattutto temono che quel foglio di carta guadagnato con immensi sacrifici non valga poi nulla nel nostro paese. Sono pronta ad andare all’estero se necessario, ma perché non possiamo sognare di restare in Italia per valorizzarla con la nostra cultura? Il rischio, restando, è una vita di sacrifici che non porti nemmeno a una pensione decorosa. Anzi, che non porti proprio alla pensione, che forse non riceveremo mai. L’applauso degli automobilisti romani bloccati nel traffico di Roma, martedì, ci ha detto che non siamo soli. Anche loro sperano che i figli possano avere un futuro migliore di quello che questo governo ci sta disegnando. Ai politici la nostra cultura fa paura, preferiscono un popolo ignorante. Ma noi, questa volta, non ci fermeremo. Speriamo neanche voi nel darci voce.
Fonte:
Il Fatto Quotidiano



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