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la crociata nucleare



Basterebbe già il titolo (“Il nucleare per l’economia, l’ambiente e lo sviluppo”) a suscitare qualche dubbio sulla scientificità della ricerca, così viene chiamata, commissionata dall’Enel e dall’ente elettrico francese Edf alla società di consulenza The European House-Ambrosetti (e disponibile sul sito www.ambrosetti.eu). Ma i dubbi si tramutano in certezza quando si legge la composizione del Comitato guida della ricerca: accanto al capoeconomista dell’Agenzia internazionale per l’Energia, figurano il direttore delle relazioni esterne dell’Enel, Gianluca Comin, il capo dell’Edf in Italia, Bruno D’Onghia, un consulente del ministero dello Sviluppo Economico, Sergio Garribba, due parlamentari, Maurizio Lupi del Pdl e Nicola Rossi del Pd, il futuro presidente dell’Agenzia che dovrà vigilare sulle costruzioni nucleari, Umberto Veronesi, e, significativamente, il giornalista Carlo Rossella nella sua veste di presidente della Medusa cinematografica (gruppo Fininvest).
Molte certezzepochi numeri
Una domanda su tutte. Dopo che il governo italiano ha già deciso di costruire otto centrali elettronucleari, pari a una potenza installata di 13 mila megawatt, e l’Enel e l’Edf hanno già varato un investimento di una ventina di miliardi di euro per costruire quattro delle otto centrali, a che scopo commissionare alla prestigiosa ditta Ambrosetti uno studio di 300 pagine sulla convenienza del nucleare? Non era meglio farlo prima?

Infatti non è questo il punto. Sul nucleare il governo e l’Enel hanno solo certezze. Conviene, da tutti i punti di vista. E l’unica incognita è la resistenza di pezzi più o meno ampi di elettorato, e soprattutto delle comunità locali scelte per la localizzazione dei nuovi impianti: la propaganda ambientalista, si legge nello studio, è il nemico. E quindi, “bisogna contrastare la diffusione di disinformazione o di informazioni parziali che inevitabilmente causano il propagarsi di paure collettive, diffondendosi a grande velocità attraverso canali quali Internet”.

L’agitazione dello spettro di Internet oppio dei popoli completa il quadro: più che a una ricerca il documento reso pubblico dall’Enel assomiglia a un manuale di lobbying. Al quale gli estensori si sono applicati con tanto entusiasmo da utilizzare, con la massima serietà, per ben cinque volte l’espressione “rinascimento nucleare”, presa di peso dalla propaganda berlusconiana e, parlando al passato, scajoliana. Non solo. Secondo gli esperti messi in campo da The European House-Ambrosetti, c’è anche un “rinascimento nucleare mondiale” al quale le aziende italiane devono candidarsi a partecipare.
“Rinascimento nucleare”
Il rinascimento nucleare mondiale è così riassunto dalla ricerca a pagina 35: “Si prevede che nel 2030 saranno in funzione nel mondo 899 reattori (oggi 438)”. La nota 6 ci dice chi è la fonte del vaticinio: la WNA, nel suo Nuclear Century Outlook 2010. Ma chi questo esperto al di sopra delle parti che prevede la costruzione di 460 centrali nucleari in 20 anni, più quelle che devono sostituire quante delle 438 attuali saranno chiuse nel frattempo? Nient’altro che la World Nuclear Association, l’associazione mondiale delle imprese costruttrici di centrali nucleari. Tra i principali soci la francese Areva, quella che costruirà le quattro centrali Enel-Edf. Nel sito della WNA c’è scritto che tra i principi “etici” dell’associazione c’è la convinzione che “la tecnologia nucleare è uno strumento unico e indispensabile per lo sviluppo sostenibile globale”. Che, come tutti comprendono, non è una posizione ideologica, perché nel dibattito sul nucleare solo i dubbi sono tacciati di ideologismo, le certezze mai.
La ricerca ci consegna comunque i conti della convenienza per l’Italia. Stime abbastanza alla buona, che occupano poche righe delle 300 pagine. In sintesi: a partire da una recente stima della Commissione europea secondo la quale il chilowattora nucleare può costare tra i 50 e gli 85 centesimi di euro, la ricerca assume che la corrente prodotta dalle centrali Enel costerà 60 centesimi al chilowattora (ma già che c’erano potevano chiedere direttamente all’Enel su quale costo ha basato i suoi piani nucleari). Attualmente il costo medio della corrente prodotta nella penisola è attorno agli 80 centesimi. Su questa base si stima che dal 2020 al 2030, sostituendo il 25 per cento della produzione elettrica con fonti nucleari, il risparmio per il sistema sarà tra 1,7 e 2,4 miliardi di euro all’anno, in un’ipotesi prudente che mantiene la produzione al livello 2009, cioè 323 terawattora (miliardi di chilowattora). Negli effetti cumulati sull’economia, nell’arco di dieci anni si avrebbe un beneficio per il Paese vicino, nell’ipotesi più positiva, ai 70 miliardi.

La ricerca non affronta la questione della garanzia di prezzo che l’Enel chiederà al gestore della rete (cioè alle imprese e ai consumatori) per assicurarsi di vendere la corrente a 60 euro per una cinquantina d’anni, qualunque sia il prezzo delle altre fonti di energia nel frattempo. La convenienza economica del nucleare rimane affidata alla certezza che le altre fonti costeranno di più per almeno mezzo secolo.
Le 300 pagine della ricerca per il resto affrontano i temi secondo un ordine chiaramente ispirato a esigenze di propaganda. Basta guardare i titoli dei tre capitoli di cui si compone lo studio: “Perché all’Italia serve il nucleare”, “Come si discute di nucleare in Italia” (dedicato al pessimo lavoro di stampa e tv, condizionate ancora dalla grande paura collettiva chiamata Cernobyl 1986), “Cos’è (realmente) il nucleare”. Non si capisce quale antinuclearista potrebbe essere spinto da un documento del genere a rivedere le sue opinioni. Probabilmente gli basterà vedere titolo e sommario per decidere di non leggerlo. Peccato, un’occasione mancata.


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