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La "difesa" di Cosentino

Vi proponiamo un intervista del Corriere della Sera all'onorevole Nicola Cosentino. Vi lasciamo giudicare le sue parole, noi vi ricordiamo che fino a quando non si dimtterà da onorevole non andrà mai in galera, il luogo migliore per uno come lui!



«Occorre voltare pagina. Ne sono convinto. E con Caldoro ora diventa più che mai necessario trovare un’intesa strategica, al di là del rapporto personale». Il Corriere del Mezzogiorno aveva chiesto un’intervista al coordinatore del Pdl, Nicola Cosentino, venerdì scorso. Prima del suo interrogatorio davanti ai magistrati di Roma che lo hanno indagato per violazione della legge Anselmi sulla costituzione di società segrete. Dopo quattro giorni, il parlamentare del centrodestra, accusato anche nell’ambito di un’inchiesta della procura di Napoli di concorso esterno in associazione camorristica, si è deciso a rilasciarla.

Cosentino, è ormai rottura irreparabile con il governatore Caldoro?
«Abbiamo liberamente conversato domenica mattina».

Cosa vi siete detti?
«Entrambi esercitiamo un ruolo, sebbene di natura diversa: lui è a capo dell’istituzione Regione; io del Pdl, partito di maggioranza in consiglio regionale».

Quindi?
«I nostri rapporti personali, nel caso avessero subìto qualche oscillazione in questi giorni, non devono assolutamente intaccare la corretta interlocuzione istituzionale. Entrambi, da fronti diversi, siamo chiamati a cambiare le cose in Campania. Io l’ho sostenuto e continuo tutti i giorni a sostenerlo in ogni angolo della regione. Ed è sullo sforzo condiviso che bisogna trovare una convergenza strategica».

Scusi, dopo quanto si è letto dalle intercettazioni, come pensa di sostenere un’interlocuzione corretta con il governatore, evidentemente vittima di una congiura?
«Le chiacchiere al telefono non raccontano la realtà dei fatti. La verità è che io sono oggetto di un assedio mediatico-giudiziario senza precedenti. Tutto questo perché ho provato e sono riuscito, con la squadra di amministratori e parlamentari del Pdl, a scardinare un sistema di potere che è sopravvissuto, per un quarto di secolo, a tutti i tentativi di cambiamento esperiti, negli anni, in Campania. Sistema di potere durissimo a morire, tanto da mostrare addentellati resistenti persino in casa nostra».

Lei le chiama «chiacchiere». Intanto, quelle «chiacchiere» al telefono hanno provocato un’inchiesta della magistratura e svelato rapporti e presunti complotti per nulla ispirati alla correttezza politica. Qual è la sua realtà dei fatti?
«Non la mia, ma la realtà oggettiva è che in occasione delle elezioni regionali ho contribuito a presentare liste di candidati in grado di assicurare il massimo sostegno al presidente Caldoro. Sfido chiunque, carte alla mano, ad affermare il contrario».

Insisto: le sue espressioni al telefono con altri indagati lasciano pensare a trame oscure...
«Macché trame oscure. Il mio atteggiamento nei confronti di questi signori che mi parlavano al telefono era esclusivamente di strumentale, finta complicità. Avevo il dovere di comprendere a quali rischi poteva essere esposta la campagna elettorale del Pdl e dell’intero centrodestra se le voci incontrollate che circolavano fossero giunte, oltre che ai giornali, anche agli avversari politici. Non posso dire altro poiché tutto questo riguarda l’inchiesta. Ma mi limito a ricordarle che anche dai dati delle intercettazioni, in particolare dalla conversazione tra Carboni e Martino del 27 gennaio, emerge che una volta verificata l’infondatezza delle voci sul nostro candidato mi sono immediatamente tirato fuori e adoperato per tutelare l’onorabilità di Caldoro e supportarlo nella sfida finale contro De Luca».

Lei conosceva «i tre pensionati sfigati», come li ha chiamati Berlusconi?
«Sì, ma soltanto Martino e Lombardi. Mentre non ho mai conosciuto Flavio Carboni».

Il presidente della Regione Campania, tuttavia, ha atteso per una settimana che il vertice locale e nazionale del Pdl gli manifestasse solidarietà dopo la scoperta del complotto. Perché nessuno, a Napoli come a Roma, si è pronunciato a difesa di Caldoro?
«Io, la scorsa settimana, sono stato occupato a Roma. Dovevo prepararmi per l’interrogatorio di sabato scorso. Forse vi sarà stata un po’ di negligenza da parte del vertice politico. Ma penso sia più probabile che la percezione della vicenda dal di dentro, dall’interno del partito, sia stata quella di una montatura dagli effetti surreali che non andava neanche commentata».

Chiarisca almeno un punto: chi ha voluto Sica assessore? Lei, tra l’altro, sapeva che Sica era direttamente coinvolto nella vicenda del presunto dossier: perché non è intervenuto per evitare la sua nomina in giunta, magari avvertendo Caldoro?
«Ognuno di noi, compreso Caldoro, ha fatto propria, da subito, la preoccupazione che l’inserimento di Sica in giunta potesse rappresentare un problema. Compreso quello di acuire gli squilibri relativi alla rappresentanza territoriale».

Ma nel caso in questione non si trattava di acuire gli squilibri territoriali, quanto di tutelare Caldoro.
«Le dico solo che Sica era candidato alle elezioni politiche del 2006 al sesto posto della lista Campania 2. Lo escludemmo all’ultimo momento. E se ricordo bene reagì anche molto male a causa della esclusione. Detto questo, non posso aggiungere altro: c’è un’inchiesta in corso».

Nel Pdl campano cresce il dissenso. Il suo vice Landolfi chiede un cambio di rotta. Cosa ne pensa?
«Sono d’accordo con il cambio di rotta e non è la prima volta che lo affermo. Mai come ora si avverte la necessità di un rilancio vero del partito. Intanto io sono l’unico a pagare, per il solo fatto di essere nato a Casal di Principe, mentre altri esponenti politici, benché nati dalle mie parti, si sono affrettati a rifarsi una verginità geografica e ad allontanarsi, dopo sonore sconfitte, dalla Campania per poter comodamente agire su Roma. Poi, sono l’unico ad essermi dimesso, rinunciando al sottosegretariato, senza mai fermarmi agli annunci».

Pare che a settembre Berlusconi voglia mettere mano all’organizzazione del Pdl. Anche lei potrebbe non essere riconfermato nel ruolo di coordinatore campano?
«Non ho mai ritenuto di fare il coordinatore regionale del partito in eterno. Oggi sono alla guida del Pdl, grazie ai risultati ottenuti con l’attuale classe dirigente che il presidente Berlusconi giudica importanti. Ma sono stato il primo a mettermi in discussione e continuerò a farlo. Il compito di una classe dirigente che è riuscita a ribaltare un assetto politico-istituzionale com’è accaduto in Campania è quello di preparare nuove leve, ma faticando tutti i giorni, incontrando persone, affontando i problemi delle comunità, raccordando le istanze dei territori con i centri di elaborazione politica e sostenere le esperienze di governo che il centrodestra sta affrontando».

Cosentino, da più parti arriva pressante la richiesta di completare gli organismi del coordinamento regionale del Pdl.
«È la prima cosa che faremo. In brevissimo tempo. Si dovrà aprire una stagione nuova di riflessione e di rinnovamento. Una nuova pagina. Non vedo perché non possa essere un giovane o una giovane donna ad essere protagonista dei nuovi processi politici alla guida del partito della nostra regione».

Pensa alla coordinatrice sannita De Girolamo?
«Non soltanto a lei. Malgrado si continui a parlar male del Pdl e, prima ancora, di Forza Italia, il nostro è un partito vero, ricco di vita e di risorse che dal 2006 ha vinto tutte le consultazioni elettorali che avrebbe potuto vincere. Sa quando mi sono accorto che avremmo potuto ribaltare la situazione? Quando quel famoso 12 luglio il presidente Berlusconi intervenne in piazza Plebiscito. Per la prima volta, Bassolino si spogliò dei panni del governatore e indossò quelli del ragioniere. Commentò che invece di 500 bus di sostenitori erano arrivati appena 300 pullman. Allora capii che ce l’avremmo fatta. Ma non immaginavo pagando, personalmente, un prezzo così alto».

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