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La Corte di Silvio


Abeneficio dei finti tonti che preferiscono non vedere e non sentire, è bene rileggere fino alla noia poche righe dell’ordinanza con cui il presidente del Tribunale del Riesame di Roma, Guglielmo Muntoni, ha confermato il carcere per il trio P3 Carboni-Lombardi-Martino: “Lombardi era riuscito a ottenere l’assicurazione sul voto, nel senso voluto dai sodali, di 7 dei 15 giudici della Corte costituzionale” per la costituzionalità dell’incostituzionalissimo lodo Alfano. Poi uno cambiò idea e il lodo fu bocciato il 7 ottobre 2009 con una maggioranza di 9 a 6: ma “resta il fatto che tale ingerenza ci fu e venne esercitata su almeno 6 giudici costituzionali che anticiparono a un soggetto come il Lombardi la loro decisione”.

Un giudice terzo, non un pm rosso di passaggio, non un ambiguo flatus vocis intercettato, ha le prove che “almeno 6 giudici” della Corte violarono il segreto della camera di consiglio e anticiparono a un faccendiere di quart’ordine, il geometra irpino Pasqualino Lombardi, il voto favorevole a una legge incostituzionale. Cioè: la Consulta è inquinata per i due quinti dei suoi componenti da giudici felloni e continuerà ad esserlo finché costoro non cesseranno dall’incarico. La stessa mafia partitocratica che regna nelle Asl, nelle fondazioni bancarie e nelle cosiddette Authority (vedi indagine di Trani) è penetrata non solo nel Csm (dove l’elezione dell’udc Vietti a vicepresidente e di politicanti di destra e sinistra a membri laici perpetuerà l’andazzo anche per la prossima consiliatura), ma addirittura nel massimo organo di garanzia sulla legittimità delle leggi dello Stato. Ciascun partito, lobby, banda, cricca, P2 e P3 ha i suoi uomini di fiducia da chiamare per pilotare, condizionare o almeno conoscere in anticipo le decisioni dell’organo costituzionale che più di ogni altro dovrebbe essere super partes, dunque impermeabile.

L’ennesimo colpo di Stato si consuma sotto gli occhi di chi si ostina a non vedere e non provvedere. Non erano dunque millanterie, fanfaronate, voci dal sen fuggite quelle captate nelle telefonate fra Lombardi e gli altri compari di P3 dopo la bocciatura del lodo: “Chist’ erano sette, so’ statt’ siempre sette, l’ottav’ nun l’ammo mai truvate… che cazz’ t’agg’a dicere… Noi ne tenevamo cinque certi e ce ne volevano (altri, ndr) tre, ne tenevamo due (incerti, ndr) e ce n’è rimasto uno… ch’amm’a fa’…”. E non erano tentativi maldestri di “quattro sfigati in pensione” le riunioni chez Verdini col sottosegretario Caliendo, il senatore Dell’Utri, i giudici Martone e Miller, collegati via cavo con Carboni, Martino e Lombardi, alla vigilia del voto della Consulta.

L’ha confessato Lombardi ai pm: “Facevo pressioni sulla Corte per acquisire meriti con Berlusconi”. E B. sapeva tutto, se è vero che la sera del 7 ottobre tuonò a Porta a Porta: “Il presidente della Repubblica aveva garantito con la sua firma che la legge sarebbe stata approvata dalla Consulta. Bastava che intervenisse con la sua nota influenza sui giudici e ci sarebbe stato quello spostamento di due voti che avrebbe fatto passare la legge. E su Napolitano le mie dichiarazioni potrebbero essere anche più esplicite e dirette…”. Come poteva il premier conoscere i numeri top secret dei voti favorevoli e contrari al lodo? Chi gli aveva detto che, per raggiungere la maggioranza di 8 a 15, bastava uno “spostamento di due voti”? Un mese prima L’espresso aveva rivelato che due dei giudici pro-lodo, Mazzella e Napolitano (solo omonimo del capo dello Stato) avevano cenato con B., Alfano e Gianni Letta. Ma quando Di Pietro osò chiedere loro di dimettersi o almeno di astenersi dal voto, restò isolato e il Colle tacque. Che intende fare ora il Quirinale, a cui spetta la nomina di 5 giudici costituzionali, per bonificare la Consulta ed evitare che gli “almeno 6 giudici” di cui sopra continuino a rispondere a questo o quel faccendiere di governo, anziché alla Costituzione repubblicana? Stavolta il solito “monito” potrebbe non bastare. Ma, finora, non è arrivato nemmeno quello.


Tratto da Il Fatto Quotidiano
Ricordiamoci cosa disse con sfacciataggine il capo del Governo italiano in diretta Tv.

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