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La verità sull'Aquila


L'articolo è tratto dal blog byoblu, mostra una tragica verità sul terremoto dell'Aquila.
Da leggere e guardare attentamente e noi di nodo in gola vi preghiamo di diffonderlo a più persone possibile.



L’Aquila. 6 aprile 2009. Davanti alla casa dello studente regna un silenzio pesante. La disperazione è una nebbia densa, avvolge gli sguardi attoniti, la rabbia senza voce dei ragazzi assiepati su un fazzoletto di erba, il dolore muto dei genitori sospesi in una speranza senza speranze.

Un operatore Rai mi si fa incontro. Mi racconta di un servizio realizzato una settimana prima, nello scantinato di una scuola elementare che i bimbi avevano abbandonato in fretta, dopo che il tetto gli era caduto addosso. Là in fondo, nella polvere, spasmodicamente intento a controllare e ricontrollare numeri, grafici e quaderni di appunti c’era un uomo. Accanto a lui, attento e visibilmente preoccupato, il sindaco Massimo Cialente. Al telefono il commissariato di polizia, in trepida attesa di notizie. Quell’uomo era Giampaolo Giuliani, ricercatore controverso, scienziato folle, inventore geniale di una tecnica accreditata presso tutte le istituzioni locali. Quello era l’uomo che sapeva predire i terremoti.

Non voleva essere intervistato: aveva ricevuto un avviso di garanzia per un allarme che egli sosteneva non avere mai dato. Qualcuno, diceva, voleva metterlo a tacere. Ma per chiunque glielo avesse chiesto in privato, ed erano veramente in tanti, lui scioglieva ogni riserbo. Così fece quel giorno, il 31 marzo 2009, quel maledetto 31 marzo in cui la Commissione Grandi Rischi dichiarava con certezza che nessuno poteva prevedere i terremoti e che quindi, veniva detto in un comunicato sciagurato, non c’era nessun pericolo. Un po’ come dire che nessuno può prevedere quale sarà il biglietto vincente della lotteria, e quindi non ci sarà alcun vincitore.

Per quell’uomo invece, quello in fondo allo scantinato, il pericolo c’era eccome. Lo andava dicendo a chiunque. Lo disse anche alla troupe della Rai, che registrava di nascosto. Disse loro che entro una settimana sarebbe avvenuto un sisma di intensità superiore a quello che aveva appena fatto piovere calcinacci sui banchi e sulle teste dei bambini. Ma poiché non c’era nessun pericolo, quella stessa scuola, la De Amicis, avrebbe potuto riaprire l’indomani stesso. Fu una fortuna che il terremoto, quando venne, perché venne, scelse le 3.32 del mattino. Quella scuola andò distrutta, lei e tutta la città che le era intorno.

Oltre trecento morti. Quelli ufficiali. E sarebbero sati di più se l’uomo delle cantine, quello senza cravatta, quello con il carrarmato sotto agli scarponi sempre sporchi di calce e intonaco, il pioniere, lo sperimentatore di arcani diabolici marchingegni accusato di eresia, di alchimismo medioevale, non avesse avvisato tutti gli amici che poteva, che a loro volta avrebbero avvisato tutti gli amici che potevano, fino a creare una catena di mani e di braccia, un afflato di fiducia irrevocabile come una parola data, come un patto d’onore che poi avrebbe presto assaporato l’amarezza del gusto delle lacrime, …e del sangue.

Se quel servizio, se quelle immagini rubate grazie alla consumata esperienza di un giornalista smaliziato, raccolte in un laboratorio di fortuna, dove la natura quasi sempre sceglie spontaneamente di manifestare i suoi segreti mentre si rende dispettosamente invisibile alle sofisticate apparecchiature dei centri di ricerca più blasonati, se quelle dichiarazioni così dirette ed immediate, in aperto ed innocente contrasto con la dottrina di corte, se le dichiarazioni di un semplice tecnico ricercatore fossero state riportate al TG delle 20, come avrebbero dovuto, magari come si riportano le insensatezze delle star del gossip, delle vicende di una casa di esibizionisti, delle previsioni astrologiche e perfino dell’indecoroso vociare di certi ministri della Repubblica, se l’informazione avesse assolto al suo giuramento d’Ippocrate, restituendo alla gente ciò che è della gente, il suo diritto a parlare, ascoltare, selezionare e scegliere, se l’informazione avesse semplicemente informato, allora forse….

Invece, durante il viaggio di ritorno da L’Aquila a Roma, quel pomeriggio squillò il telefono. Squillò più di una volta: una, due, forse tre volte. All’altro capo c’era chi non avrebbe dovuto esserci, chi non ha niente a che fare con il servizio di radiodiffusione pubblica, rivestendo ruoli di alto profilo istituzionale che nulla hanno a che spartire con la redazione del più importante TG nazionale, e menchemeno con un giornalista e due operatori Rai che ritornano in ufficio con una videocassetta in mano. All’altro capo, c’era qualcuno che aveva direttamente a che fare con la Commissione Grandi Rischi, quella che i terremoti non si possono prevedere, quella che non c’è nessun pericolo. All’altro capo, c’era qualcuno che impose che quella videocassetta sparisse.

Così, la videocassetta sparì. Sparì per molto tempo, se ne restò in un archivio polveroso e non seppe nulla di case che crollavano, di bambini che restavano intrappolati sotto le macerie, di uomini e donne che scavarono con le loro mani nell’attesa di aiuti che in alcuni casi non vennero mai. Dormì di un sonno profondo e senza sogni, finché la rete non compì il miracolo. Non il miracolo di evitare decine di morti inutili, per quello era troppo tardi. Il miracolo di mettere insieme le persone, intrecciare gli incontri e le esperienze, ridisegnare la trama di una mappa che lentamente fa convergere gli uomini là dove avrebbero dovuto essere sin dall’inizio. La rete conduce uno degli operatori Rai su questo blog.

Cristiano mi ha incontrato ed ha voluto testimoniare.. Non si è curato di sé e delle conseguenze in cui avrebbe potuto incorrere. Ha sentito che era giusto farlo. La rete è così: fai cose spinto da motivazioni sconosciute. Le fai perché gli altri ne hanno bisogno, senti che ti stanno aspettando. Le fai e basta.
Ci siamo incontrati a Bologna. La videocassetta con il girato grezzo era in formato Betacam, non avrei saputo che farmene. Ma la rete vede e provvede. La sera precedente ho lanciato un appello su Facebook e Monique, di Terremoto09, ha risposto. Ci ha portati in uno studio professionale per il riversamento audiovideo, poi ci ha portato a casa di amici suoi, con uno splendido giardino dove abbiamo realizzato l’intervista.
Non finirete mai di stupirmi. Questa è la rete. Questa è l’alba di una nuova conoscenza condivisa.

Quello che vedrete nel filmato, invece, è la solita, vecchia, cara televisione.

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