Seguici su Facebook

Nodoingola facebook

NODOINGOLA è anche su YOUTUBE!

nodoingolayoutube

GOOD NEWS! rESISTIAMO E FACCIAMO RETE

Good news

[VIDEO] Interviste a Santoro, Iacona, Vauro, al Presidio di Via Teulada

Interviste via teulada
Ultimi Articoli Pubblicati

Landini: prima il lavoro, poi l'Imu

Pubblicato da Redazione , 18/mag/2013 , in , , , | commenti (0)









Non ci fermeremo, vogliamo il cambiamento, tuona il segretario della Fiom a conclusione della manifestazione. La Costituzione è il nostro faro.


"Non ci fermeremo, vogliamo il cambiamento". "Non capisco come si può essere al governo con Berlusconi e avere paura di essere qui". Maurizio Landini tuona dal palco, chiudendo la manifestazione dei metalmeccanici da piazza san Giovanni. "Noi siamo la parte migliore del paese", dice il leader della Fiom.

Un discorso a tutto tondo. Critica i sindacati che non sono intervenuti come avrebbero dovuto sulla riforma delle pensioni del governo Monti, che ha creato gli esodati..
L'accordo con Confindustria sulla rappresentanza "deve mantenere il diritto di voto dei lavoratori e sarebbe inaccettabile introdurre sanzioni o limitazioni al diritto di sciopero". Il segretario della Fiom Maurizio Landini dal palco di piazza San Giovanni spiega che questo andrebbe "contro la nostra Costituzione".

L'intesa tra i sindacati è stato raggiunto, rivendica Landini, "grazie a voi, grazie alle lotte dei metalmeccanici" ed è un "punto di avanzamento" ma c'è "qualche difficoltà con confindustria perché le imprese non vogliono riconoscere il diritto al voto dei lavoratori, perché -dice Landini- vogliono essere loro a decidere e scegliere gli accordi".

E sul governo attuale ribadisce: "Se questo governo non sarà in grado di cambiare le politiche di Monti e Berlusconi penso che non avrà lunga vita perché questa manifestazione dimostra che non ci siamo rassegnati e che le cose le vogliamo cambiare". "Tutte le volte che facciamo una manifestazione mi dicono che faccio in partito. Oh che due balle... noi siamo autonomi, indipendenti e democratici. Misuratevi con le nostre proposte", ribatte il leader della Fiom Maurizio Landini concludendo la manifestazione.

"La Costituzione è la nostra bussola".

Fonte: globalist

Follia UE: vietato prodursi cibo, piccoli orti fuorilegge. Come la Tecnocrazia vuole affamare il Popolo

Pubblicato da Redazione , 17/mag/2013 , in , , | commenti (0)



 

 

Quando ti tolgono il lavoro e ti ammazzano di tasse, l’ultima speranza rimane quella di tornare alla terra per auto produrre il sostentamento necessario alla vita di tutti i giorni. Tanto è vero che la fortissima crisi economica ha favorito la nascita di migliaia di nuovi agricoltori, anche in Italia, ognuno con il proprio orticello. Ma ecco arrivare la proposta di legge UE – totalmente folle – che vuole mettere al bando i piccoli orti e vietare l’autoproduzione di cibo. A questo punto, e se dovesse andare in porto, cosa resterà se non la rivolta sociale contro il regime tecnocratico?

Una nuova legge proposta dalla Commissione Europea renderebbe illegale “coltivare, riprodurre o commerciare” i semi di ortaggi che non sono stati “analizzati, approvati e accettati” da una nuova burocrazia europea denominata “Agenzia delle Varietà Vegetali europee”. Si chiama “Plant Reproductive Material Law”, e tenta di far gestire al governo la regolamentazione di quasi tutte le piante e i semi. Se un contadino della domenica coltiverà nel suo giardino piante con semi non regolamentari, in base a questa legge, potrebbe essere condannato come criminale. Questa legge, protesta Ben Gabel del “Real Seed Catalogue”, intende stroncare i produttori di varietà regionali, i coltivatori biologici e gli agricoltori che operano su piccola scala. «Come qualcuno potrà sospettare – afferma Mike Adams su “Natural News” – questa mossa è la “soluzione finale” della Monsanto, della DuPont e delle altre multinazionali dei semi, che da tempo hanno tra i loro obiettivi il dominio completo di tutti i semi e di tutte le coltivazioni sul pianeta».

Fonte: l'infiltrato

Scuola, creare i Bes e tagliare il sostegno

Pubblicato da Redazione , 16/mag/2013 , in , , | commenti (0)





L'anno prossimo i ragazzi con difficoltà rientreranno tra i Bisogni educativi speciali. Ma non sarà un modo per tagliare insegnanti di sostegno? Il rischio c'è.
Non ne parla nessuno. Ma per il prossimo anno scolastico c'è il rischio concreto di un drastico taglio agli insegnanti di sostegno. L'ultima eredita del ministro Profumo. Stiamo parlando della direttiva "Strumenti di intervento per gli alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l'inclusione scolastica", firmata dal Ministro Profumo a inizio gennaio, prevista fin dal 27 dicembre 2012. I Bes, l'acronimo, sono quei ragazzi che non hanno né una certificazione di disabilità né dislessia dichiarata. L'idea in sé è buona. Il consiglio di classe potrà avviare percorsi personalizzati. Potrebbe trattarsi di una difficoltà, non di un disturbo. Di un bisogno temporaneo, di un problema familiare sociale ed economico. Il baricentro si sposta sul piano educativo e il processo di inclusione diventa qualcosa che riguarda davvero tutta la comunità educante, tutto il corpo docente. Per ogni ragazzo segnalato deve essere redatto un piano individuale di intervento. Prendiamo situazioni limite quali possono essere quartieri di marginalità conclamata, soprattutto nelle grandi metropoli. Inutile citare questo o quel quartiere. In casi così i piani individuali potrebbero riguardare una classe intera. Allora, domanda. I professori hanno il tempo necessario per fare anche questo? Come sappiamo negli anni scorsi per ogni materia d'insegnamento sono state ridotte le ore, per tagliare posti di lavoro e avere come ricaduta una minore qualità dell'istruzione.
Ma i problemi sono anche altri. Scrive Sara Biscioni di Tecnica della scuola. "Quindi tu, che sei povero, o che sei straniero, hai un Bisogno Educativo Speciale. Non lo sapevi? Tiè. L'elemento di pericolosità emerge in tutta la sua evidenza: chi è in situazione di svantaggio sociale e culturale, e chi non è madrelingua italiano, è paragonato a chi possiede una certificazione clinica di DSA (e appunto sorvolo sulla bontà di tali certificazioni, che spesso sono distribuite a piene mani a chiunque sia "poco conforme" alla figura del bravo studente - robottino)".
Perché mettere in un'unica Circolare indicazioni per situazioni così differenti? Soprattutto, perché l'essere povero o di famiglia non italiana significa avere un Bisogno Educativo Speciale?? Perché lo dice l'Europa? Molti insegnanti penseranno: "Beh, almeno questa Circolare impone l'adozione di un Piano Educativo Personalizzato che può aiutare gli studenti non madrelingua ad accostarsi poco a poco allo studio delle discipline", che è quanto già si fa e si dovrebbe fare attraverso una riduzione temporanea dei contenuti e una semplificazione temporanea dei testi di studio e delle verifiche in caso di difficoltà connesse alle scarse competenze in lingua italiana. Attenzione però a non confondere la bontà dello strumento (il piano personalizzato, che spesso è utile ed efficace) con la bontà del piano generale a cui lo strumento si riferisce. Perché mettere questi studenti, e le loro difficoltà, sullo stesso piano degli studenti con difficoltà cognitive? E lo "svantaggio sociale e culturale", cosa c'entra? Sono io la prima a sostenere che le difficoltà economiche, la mancanza di reti sociali e comunitarie, la mancanza di possibilità di accesso a strumenti di ricchezza culturale possono (possono) provocare insuccessi scolastici o precoce abbandono degli studi (e anche qui sorvolo sulle riflessioni che sarebbero dovute sui metodi e gli scopi dell'educazione statale pro - capitalista), ma in questi casi non c'è bisogno di sigle o programmazioni: c'è bisogno di agire con forza per azzerare le ingiustizie economiche, sociali e linguistiche che rendono questi studenti "svantaggiati"! Ovviamente, per limitarci alle azioni a livello scolastico, il primo passo sarebbe dare fondi e professionalità alle scuole i cui studenti maggiormente vivono queste ingiustizie..".
Considerazioni che hanno come conseguenza quello che la Biscioni scrive ancora: "Andiamo avanti: dalla "rilevazione, monitoraggio e valutazione del grado di inclusività della scuola" si potranno "desumere indicatori realistici sui quali fondare piani di miglioramento organizzativo e culturale". Dunque indicatori di inclusività. Ottimo, uno pensa: sapremo così quali sono le scuole più attente ai bisogni degli studenti Bes, cioè con svantaggio sociale (economico non l'han scritto, che faceva brutto), culturale, problemi cognitivi e comportamentali vari, stranieri. Ma leggiamola a rovescio: sapremo esattamente quali sono le scuole con più studenti con svantaggio sociale culturale ecc... Cioè qualcuno potrà farsi un'idea precisa e scegliere magari di non mandare il proprio figlio in quella scuola così troppo "inclusiva". Ed ecco che l'inclusione può diventare segregazione...". Ecco. Il rischio di scuole ghetto. Non solo. C'è il rischio dell'allargamento dei bisogni educativi speciali alle altre disabilità. I genitori a volte sono restii e denunciare l'handicap, quelle problematiche che rientrano nei disturbi specifici dell'apprendimento quali dislessia, disgrafia, discalculia. Sarà gioco facile assecondarli. Far gravare sul collego dei docenti questi problemi e ridurre la necessità degli insegnanti di sostegno. Continuare a togliere, anche posti di lavoro, dichiarando il contrario.

Fonte: globalist

Il ministro Cancellieri rinnova il contratto Telecom, “anti economico”. Ma ci lavora il figlio.

Pubblicato da Redazione , 15/mag/2013 , in , , , | commenti (0)



 

 

Non è poi così choosy il figlio del Guardasigilli Annamaria Cancellieri, Piergiorgio Peluso, responsabile delle finanze della Telecom Italia, la stessa società a cui – per volontà della madre – è stato rinnovato il contratto sui braccialetti elettronici. Questa sorta di ‘metal detector portatile’ per monitorare i detenuti agli arresti domiciliari, costato troppo – 81 milioni di euro – e non usato completamente  – solo 14 sono stati veramente operativi – è stato definito dalla Corte dei Conti “anti-economico e inefficace”. E il Governo che fa? Oltre che rinnovare il contratto alla Telecom – senza pubblica gara, denuncia Fastweb – Annamaria Cancellieri rivalorizza i braccialetti per contrastare la violenza sulle donne. Altra spesa –9 milioni di euro, altro guadagno – 500 milioni di euro - solo per la Telecom.

Per la serie ‘Cuore di mamma’. La storia dei braccialetti elettronici è una vicenda non solo di sprechi e flop economici ma anche di dubbiosi conflitti d’interessi. Questo dispositivo elettronico per controllare i detenuti agli arresti domiciliari è nato per emulare il sistema americano.
Peccato che non siamo in America e né abbiamo la forma mentis per questo tipo di sistemi. Alla fine anche questo si risolve come le classiche storie all’italiana: tutto finisce con speculazioni e tornaconti.

Fonte: l'infiltrato

Crozza e la revolucion

Pubblicato da Redazione , 14/mag/2013 , in , , , , , | commenti (0)







 Crozza ci parla dei soliti problemi giudiziari Berlusconiani e poi il Governo Letta e il Movimento 5 Stelle.







Berlusconi ri-condannato

Pubblicato da Redazione , 08/mag/2013 , in , | commenti (0)





Il presidente Berlusconi ha frodato al fisco sette milioni di euro. La Corte di Appello di Milano conferma la condanna a quattro anni (tre dei quali ricadono sotto l'indulto) con in più la pena accessoria di cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Unica speranza: la Cassazione Nel processo sui diritti tv Mediaset il capo del Pdl colleziona la terza condanna, dopo quelle subite (in primo grado) sui diritti tv e sulla intercettazione Fassino-Consorte. Ghedini: «Inutile cercare di difendere il cavaliere nelle aule giudiziarie milanesi, per questo avevamo chiesto il trasferimento a Brescia». Confermate anche la condanna a tre anni per il produttore statunitense Frank Agrama e l'assoluzione per Fedele Confalonieri, presidente Mediaset. Berlusconi dovrà anche versare dieci milioni di euro di provisionale alla Agenzia delle Entrat.

Fonte: il manifesto

Esclusiva, parla il sindaco de L’Aquila: “La città continua a morire ma Napolitano non risponde




 

 

La lettera indirizzata al Quirinale è di 48 ore fa. Il primo cittadino dell’Aquila ha consegnato la fascia tricolore, le bandiere italiane non sventolano più da due giorni sugli edifici pubblici ma il Capo dello Stato non ha ancora risposto all’appello del sindaco. Che è chiaro: o arriva la prima tranche di 250milioni di euro della delibera Cipe da 985 milioni di euro entro il 21 del mese o si dimette. L’Aquila intanto continua a morire. Il centro storico è ancora vuoto, 35mila cittadini sono ancora sfollati. E quando incontrano il sindaco esprimono tutta la loro giusta rabbia. Il primo cittadino però non riesce ad esprimere rabbia verso gli emiliani che hanno ottenuto 6 miliardi di euro per ricostruire. “Buon per loro” ci dice candidamente, “non sono io il sindaco di serie B è l’Aquila una città di serie B”.

 

985 milioni di euro destinati alla ricostruzione dell’Aquila da una delibera Cipe totalmente bloccati. E un sindaco, Massimo Cialente, che non ce la fa più a sopportare l’ingiustizia di una città abbandonata a se stessa, di un centro storico che non riprende a vivere. Dopo quattro anni e un mese nemmeno la ricostruzione pesante è terminata. Il Tribunale, ad esempio, ha ripreso a funzionare ma soltanto in parte. Davanti a un quadro del genere il primo cittadino ha gettato la spugna, riconsegnando la sua fascia tricolore e togliendo il simbolo della bandiera italiana da tutti gli uffici pubblici. Da due giorni lo Stato non ha più i suoi simboli nella città martoriata dal sisma delle 3.32 del 6 aprile 2009. Ma forse chi lo rappresenta ha abbandonato i suoi cittadini già da tempo. Noi a distanza di quasi 48 ore dal fatto abbiamo deciso di chiedere direttamente al primo cittadino il perché di un gesto così eclatante. Era appena uscito da una riunione in Tribunale ma la sua voglia di denunciare tutto era forte.

Fonte: linfiltrato

Crozza e il Governo che è una storia già Letta!

Pubblicato da Redazione , 07/mag/2013 , in , , , , , | commenti (0)




Crozza il ritiro del nuovo Governo e il Pd che ha fatto morire la sinistra! Questo ed altro nell'ultimo monologo di Crozza a Ballarò!


La corsa al Campidoglio di Sandro Medici

Pubblicato da Redazione , 06/mag/2013 , in , , , | commenti (0)



 
 
Sandro Medici, presidente del X municipio di Roma e candidato per la lista di cittadinanza «Repubblica romana» a sindaco della Capitale, ha consegnato a circa 50 realtà associative e imprenditoriali 18 locali su 38 di proprietà comunali abbandonati a Torre Spaccata.

È la conclusione di un percorso di democrazia dal basso, lungo tre anni, che ha visto la partecipazione di centinaia di persone. La delibera municipale ha inoltre creato uno strumento amministrativo che interesserà le realtà culturali, politiche e di movimento che in Italia sono interessate all'esperimento di questa lista civica. Medici ha legittimato il ricorso all'assegnazione per «affidamento provvisorio in custodia e guardiania a titolo volontario e gratuito» dei locali di un enorme caseggiato costruito dalle imprese Caltagirone a metà degli anni Ottanta e poi acquisito dal Comune di Roma. L'affidamento temporaneo è stato concesso al «Comitato di sviluppo locale» che riunisce i piccoli commercianti, gli operatori di quartiere (tra cui la Protezione Civile e gli scout), gli artigiani e le associazioni che gestiranno il complesso che si affaccia su un mercato rionale, punto di riferimento dei produttori agricoli dei Castelli romani.
Piscine di Torre Spaccata è uno spicchio urbano cresciuto tra gli stabilimenti cinematografici di Cinecittà e l'agro romano aggredito dalla speculazione dei piani regolatori approvati da Rutelli e Veltroni. Nell'immenso deserto delle periferie romane oggi può diventare l'occasione di un esperimento di auto-governo da parte di una comunità di quartiere. Si finanzierà versando un «affitto solidale» che confluirà in un «fondo di solidarietà» gestito dal municipio il quale, a sua volta, lo userà per attivare la manutenzione di una zona abbandonata al suo destino anche da Alemanno. «Abbiamo sanato uno scandalo di decenni - ha detto Medici - Lo stato e il comune hanno abbandonato queste persone. L'unica soluzione per loro è l'auto-governo. Potranno insieme creare posti di lavoro e rivitalizzare i quartieri. Agli amministratori in tempi di austerità come i nostri tocca ascoltare questa richiesta e adottare strumenti che la valorizzino». 
 
Fonte: il manifesto

Tra quattro anni niente aborti in Italia

Pubblicato da Redazione , 05/mag/2013 , in , , | commenti (1)





Entro tre o quattro anni in Italia sarà impossibile ottenere un aborto. È il grido di allarme lanciato dai (pochi) ginecologi che ancora garantiscono un diritto sancito dalla legge sull’interruzione di gravidanza, la 194. Per evitare di incappare negli obiettori di coscienza e abortire in condizioni vergognose, molte donne preferiscono andare all’estero. Eppure nessuna ha il coraggio di denunciare. Al posto loro hanno deciso di farlo gli esponenti dell’associazione Luca Coscioni, che stanno preparando un esposto contro le regioni e le aziende ospedaliere fuorilegge.
L’ultima relazione del ministero della Salute sulla legge che regola l’interruzione di gravidanza è del 2011 e si riferisce ai dati del 2009. Secondo quel documento, è obiettore il 70,7% dei ginecologi ospedalieri con punte che superano abbondantemente l’80% nelle regioni meridionali. «I dati reali sono ben peggiori» ci dice Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Sandro Pertini di Roma e presidente della Laiga, associazione di medici che vigila sull’applicazione della 194. «Nel Lazio per esempio siamo riusciti a ricostruire che l’obiezione dei ginecologi arriva al 91,3% e non è l’80,2% come indicato sulle carte ufficiali». Nella regione soltanto in dieci strutture su 31 è possibile interrompere la gravidanza, e il numero scende a quattro quando la richiesta è un aborto terapeutico. «Le università non formano nuovi ginecologi all’interruzione della gravidanza, noi stiamo andando in pensione. Credo che entro tre o quattro anni l’aborto, specialmente terapeutico, non sarà più possibile in Italia», conclude Agatone. Eppure secondo il ministero, nel documento che introduce all’ultima relazione sulla 194, «il livello dell’obiezione di coscienza non ha una diretta incidenza sul ricorso all’Ivg».
Nei forum dedicati all’aborto terapeutico le donne si scambiano informazioni quasi clandestinamente e offrono persino ospitalità a coloro che devono interrompere la gravidanza in un ospedale molto lontano da casa. «Arrivano molte donne dal Sud in condizioni psicologiche devastanti», conferma Mauro Buscaglia, primario di ostetricia e ginecologia al San Carlo Borromeo di Milano: «Credo sia moralmente ingiusto che un medico abbandoni una paziente quando la diagnosi è infausta e decida di interrompere la gestazione». Buscaglia è uno dei pochissimi primari non obiettori, ed è preoccupato per l’altissimo tasso di obiezione di coscienza in Lombardia dove, sempre secondo il ministero, i ginecologi che si rifiutano di interrompere una gravidanza sono il 63,4%. La realtà è diversa. A Sondrio per esempio c’è soltanto un ginecologo non obiettore e non tre, come invece sostenuto dall’assessorato alla sanità. All’ospedale di Desio è un ginecologo in pensione, pagato extra, a garantire il servizio. Nella provincia di Monza i non obiettori sulla carta sono 29, in realtà sono soltanto sei. Nell’azienda sanitaria di Treviglio gli anestesisti obiettori sono ventiquattro su venticinque. La disparità dei dati è dovuta al fatto che le direzioni sanitarie spediscono al ministero il semplice rendiconto dei professionisti obiettori, senza verificare se i non obiettori nelle strutture ospedaliere praticano davvero le interruzioni di gravidanza oppure svolgono mansioni diverse, come effettuare ecografie.
In attesa che la Laiga renda pubblico un manuale per dare informazioni sulle strutture ospedaliere che davvero si preoccupano del destino delle pazienti, e in attesa anche di un albo degli obiettori, come molti richiedono, si dirigono oltre confine specialmente le coppie che scoprono, dopo il novantesimo giorno di gestazione, di aspettare un bimbo malato o che non avrà possibilità di sopravvivere. La prima meta è la Svizzera. Il ginecologo Ricardo Silva lavora allo Spital Oberengadin, nel Cantone dei Grigioni: «Il 40% delle mie pazienti è italiana. Ho il dovere di aiutarle, ma spesso ho la sensazione che i miei colleghi italiani spingano queste donne a venire qui per lavarsene le mani». Nel caso un feto sia gravemente malformato, in Svizzera è possibile interrompere la gravidanza entro la ventesima settimana ovvero due settimane prima che in Italia. «Penso che preferiscano andare all’estero perché ottengono informazioni precise e non vengono colpevolizzate», continua Silva, convinto che la diagnosi prenatale in Italia spesso venga «svolta tardivamente da ginecologi antiabortisti per non lasciare alle pazienti la possibilità di ricorrere all’interruzione».
Qualche tempo fa il quotidiano svizzero Le Matin titolava: “Gli svizzeri non ne possono più di abortire le italiane”. E nemmeno all’ospedale L’Archet di Nizza, che per qualche anno ha costituito una meta sicura: «Non accettiamo più italiane, erano quasi la metà delle richiedenti. Consigliamo loro di rivolgersi a Marsiglia o a Saint Etienne», ci conferma una ginecologa. In Gran Bretagna le italiane sono seconde soltanto alle irlandesi (ma in Irlanda l’aborto è ancora penalmente perseguibile) nella classifica delle donne non britanniche che spendono fino a 780 sterline, come nella clinica Leigham di Londra, anche soltanto per ottenere una anestesia generale e non dover rimanere sveglie durante l’operazione, che nel caso dell’aborto terapeutico è un parto. «Esistono metodi avanzati per interrompere una gravidanza eppure molti miei colleghi non li utilizzano», denuncia Mirella Parachini, ex ginecologa del San Filippo Neri e vicepresidente del Fiapac.
Costrette ad abortire tra gli obiettori, molte donne raccontano situazioni agghiaccianti. Come Cecilia, nome di fantasia, che ha abortito da sola, mentre la vicina di letto teneva la sua mano e si improvvisava ostetrica, poiché le infermiere di turno quella notte erano entrambe obiettrici di coscienza e si erano limitate a rimanere sulla soglia della stanza senza intervenire, così come era obiettore il ginecologo di guardia che, portandola in sala operatoria per un raschiamento, le disse con ironia: «I casi della vita portano a soffrire anche ricercatrici universitarie che si cacciano nei guai». Era l’estate del 2010 e Cecilia aveva 38 anni, sposata, e quella era la sua prima gravidanza. Alla ventunesima settimana aveva scoperto che portava in grembo un feto gravemente malformato, il ginecologo leggendo i risultati dell’amniocentesi l’aveva guardata: «Signora, è meglio abortire. Ma vada all’estero, vada a Londra, a Barcellona. Perché se dovesse abortire qui troverebbe una situazione incivile». Ma la donna aveva poco tempo a disposizione e finì in un ospedale romano. E siccome possono volerci molte ore prima che la paziente vada in travaglio, può capitare di essere ricoverate grazie ad un ginecologo non obiettore che però, finito il turno, passa le consegne a personale obiettore. Abbandonata per un’ora e senza assistenza, Cecilia, come come altre donne raccontano, ha sofferto una forte emorragia e strappi alla muscolatura dell’utero, senza nemmeno poter ottenere un antidolorifico così come prescrive l’Organizzazione mondiale della sanità.
«Qui entra in ballo la deontologia professionale, stiamo parlando di omissione di soccorso. La legge indica chiaramente che queste pazienti vanno assistite anche dagli obiettori prima e dopo l’intervento, e specialmente in situazioni di emergenza. Purtroppo ormai l’obiezione sconfina anche in atti sanitari che non c’entrano direttamente con l’aborto» tuona Parachini. Per Mario Puiatti, presidente dell’Aied, «queste povere malcapitate dovrebbero denunciare ma è difficile che lo facciano». Per vergogna, per il desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Ecco perché Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’associazione Luca Coscioni, sta mettendo a punto un esposto nei confronti della Regione Lazio e delle aziende ospedaliere che, in barba alla legge, si rifiutano di applicare la 194: «Si tratta di interruzione di pubblico servizio. L’azione giudiziaria è il nostro nuovo fronte». La scorsa primavera l’Aied e l’associazione Coscioni avevano spedito una lettera ai Presidenti delle Regioni e agli assessori alla Sanità per sollecitare concorsi dedicati esclusivamente a non obiettori. Secondo sentenze recenti, questo non costituirebbe una discriminazione. Ma nessuno, finora, ha mai risposto.

(pubblicato sull’Huffington Post)

Condizioni impossibili hanno fermato Bersani

Pubblicato da Redazione ,, in , , , | commenti (3)



 
 
Intervista a Lorenza Carlassare: due mesi di sospensione, poi si è favorita la conservazione. Napolitano ha chiesto la certezza della fiducia, ma in politica i numeri si verificano nel voto. La Costituzione non si può stravolgere. Le scelte degli elettori sono state tre volte disprezzate

«Se mi chiede di trovare un filo rosso nelle vicende politiche degli ultimi giorni mi viene da rispondere: il disprezzo per i cittadini». A Lorenza Carlassare non è piaciuto il modo in cui il parlamento è uscito dallo stallo post elettorale - il governo Letta - e ancora meno piace la piega che sta prendendo il dibattito sulle riforme costituzionali. Riforme che ancora una volta vengono proposte in maniera strumentale, stavolta per puntellare un governo fragile. E non solo: «Secondo me - dice l'illustre costituzionalista - l'obiettivo principale è ancora quello di rimandare la modifica della legge elettorale. Si propongono percorsi che il minimo che si possa dire sono lunghi e complicati e intanto si cancella dall'orizzonte l'unica riforma che invece si potrebbe fare velocemente. Che è tanto più urgente vista la pessima prova della legge Calderoli e visto che siamo in presenza di un governo insicuro, che può andare in crisi in qualsiasi momento. Evidentemente - aggiunge Carlassare - gli estimatori di questa legge elettorale si tengono nascosti ma sono ancora la maggioranza».

Professoressa, come giudica la Convenzione costituente, tratteggiata dai «saggi» del Quirinale e proposta ufficialmente dal presidente del Consiglio Letta?Mi pare un'assurdità. Semplicemente non si può fare. È una proposta illecita: la procedura di revisione costituzionale, l'articolo 138, prevede modifiche limitate e omogenee. Non è una porta attraverso la quale si può far passare la redazione di una diversa Costituzione, come mi pare si voglia fare. La procedura non può essere saltata. E la Costituzione non può essere modificata nei principi fondamentali e nella struttura di base, la forma di stato. Né possono essere cancellati i diritti e le limitazioni al potere, il principio democratico e l'appartenenza continua della sovranità al popolo (non solo in occasione delle elezioni). I rapporti fra gli organi costituzionali sono stati disegnati conformemente al principio della divisione dei poteri: se concentriamo tutto il potere in un solo organo, primo ministro o presidente della Repubblica che sia, si cambia la forma di stato non solo quella di governo. E poi l'idea che un piccolo gruppo prenda in mano i destini del paese mi fa paura, è un ulteriore segnale dello spirito autoritario che si sta affermando.

Cosa pensa delle alternative in campo, premierato forte e semipresidenzialismo?Si tratta della riproposizione di contenuti non voluti dal corpo elettorale. Quella Costituzione di tipo autoritario, col rafforzamento dei poteri del primo ministro in modo tale da renderlo capace di superare qualsiasi ostacolo, era già stata proposta da Berlusconi e dalla Lega ed era stata respinta dagli elettori. Tornare lì adesso è un primo schiaffo ai cittadini che nel 2006 hanno bocciato quella riforma con il referendum. Un secondo schiaffo è immaginare di approvare di nuovo queste modifiche con una maggioranza tale da impedire un altro referendum confermativo, come è accaduto da poco con l'articolo 81. Sono riforme oltretutto inutili, che si spiegano solo con l'eterna pulsione a non attuare la parte sociale della Costituzione. Così ogni volta che, magari per caso, si profila la possibilità sviluppare i principi sociali della Costituzione con un governo che non sia espressione della pura conservazione, succede qualcosa che lo impedisce.

Sta parlando del fallimento, tra marzo e aprile, del tentativo di Bersani?I risultati delle elezioni di febbraio sono stati come sospesi per due mesi. Eppure una cosa era apparsa chiara da subito, lo ha scritto Gianni Ferrara: senza il centrosinistra non sarebbe potuto nascere nessun governo. Il presidente della Repubblica - in un regime non (ancora) presidenziale - ha scelto però di porre al leader della coalizione che, di poco, era risultata vincente una condizione quasi impossibile: la garanzia di una fiducia certa. In politica non si può mai essere sicuri di avere i numeri fino al momento della prova, e del resto abbiamo già avuto nella storia repubblicana governi sfiduciati all'indomani della nomina. Questa volta, al limite, avremmo sostituito un governo dimissionario lontanissimo da qualsiasi gradimento del parlamento (di quello vecchio e di quello nuovo), parlo del governo Monti, con un governo Bersani, dimissionario anch'esso e in carica solo per gli affari correnti, ma almeno rappresentativo della coalizione più votata dagli elettori.

Invece abbiamo avuto il governo Letta, che ha messo insieme gli avversari delle elezioni.Questo è il terzo segno di evidente disprezzo degli elettori. Chi ha votato per Berlusconi mai avrebbe voluto l'alleanza con Bersani, e viceversa. È stata fatta invece l'unione degli opposti, degli incompatibili. Una soluzione che mi pare condannata alla paralisi, come si vede dai primi ricatti. Un governo di coalizione si può fare con un sistema elettorale proporzionale, come in passato, quando comunque ad unirsi erano le forze più vicine e non quelle assolutamente contrastanti. Il Pd e il Pdl, o almeno i loro elettori, sono due mondi opposti. Paragonare il loro esecutivo al «connubio» tra Cavour e Rattazzi - espressione entrambi di un gruppo ristretto di elettori della stessa classe sociale - mi pare un insulto alla storia. 
 
Fonte: il manifesto

In ginocchio da Silvio lui è il migliore

Pubblicato da Redazione , 04/mag/2013 , in , , , | commenti (0)





Puttaniere, corruttore, nano, ma Berlusconi continua ad essere il dominus della politica italiana. Grazie ai disastri del Pd e alla bava di Grillo. Purtroppo vince sempre lui.
di Marco Fiorletta

In questo Paese di eterni vincitori, dove mai nessuno ammette la sconfitta nemmeno se sta giocando a battimuro, dove tutti hanno la risposta per tutto, l'Italia del "volemose bene" e dell'arrangiarsi, il Bel Paese del mare, pizza e mandolino, un vincitore c'è: Silvio Berlusconi.

A quest'uomo hanno affibbiato di volta in volta gli epiteti più vari: gaffeur, puttaniere, nano, jena ridens, caim(n)ano o l'hanno accusato di essere un evasore fiscale, corruttore, pedofilo e di essere sceso in politica per salvarsi dal tavolaccio delle patrie galere. Ha dichiarato, primo (è un modo di dire) e non ultimo, che il Duce era una brava persona e che fece anche delle cose pregevoli. Eppure Silvio Berlusconi è ancora lì, tronfio, con il suo sorriso a 64 denti, con i suoi capelli finti e il cerone che deborda, ma vincitore.

Occorre piegarsi all'evidenza, Silvio è un grande politico. Innanzitutto per aver saputo scegliere il momento di impegnarsi in prima persona in politica, fino alla sua discesa in campo era solo l'amico di questo o di quello (qualcuno dice anche di quell'altro), è stato capace di cambiare anche la forma della politica trasportandola dalle fumose sezioni e dai pallosi convegni, dalle manifestazioni e dai congressi ai manifesti pubblicitari 6x3 e alla pubblicità tout court televisiva azzerando le tribune elettorali.

E così, anche grazie alle telenovelas e alla tempestività di alcune iniziative elettorali, come quella di oscurare le sue televisioni a pochi giorni dalle elezioni che provocarono le proteste degli/lle italiani, alla paura dei comunisti (ovvero, tu sparala grossa, ma molto grossa tanto chi ci crede ci sarà sempre), alle promesse irrealizzabili, salì al  potere. Già aveva dimostrato quanto fosse pericoloso.

Che fosse un abile stratega lo ha dimostrato anche dando una parvenza di dignità alla Lega, a Bossi e tutti gli omini di verde vestiti. Li portò anche al governo ma, e qui commise un errore, non aveva calcolato che potessero tradire e passare con il nemico pur di ottenere la promessa di realizzare qualcosa del loro programma (Grillo impara!). E ha sdoganato anche gli ex-fascisti fino a portarli al Governo. Infinocchiò tutti con la Bicamerale. Risorse come nostro signore dopo aver perso contro Prodi. Insomma, sono più di vent'anni (e non mi va di fare il Bignami) che ce lo ritroviamo tra le scatole. E tutto a dimostrare che ha vinto perché è un fine politico.

Nel novembre 2011, dopo aver passato anni a dire che la crisi non c'era, che in Italia eravamo solidi, che non correvamo pericoli, che i ristoranti erano pieni, che gli italiani andavano in vacanza, che i sindacati (non tutti) e la sinistra erano anti italiani accetta, quatto quatto tomo tomo, di farsi da parte e lasciare il governo a Monti e i suoi tecnici. E così ci fu chi festeggiò la dipartita politica del cavaliere certi che gli italiani avessero aperto gli occhi. E a nulla valsero le raccomandazioni ad essere prudenti, a non dare per morto politicamente il gaffeur. Costoro, i tecnici, scesi sulla Terra circondati da un'aura di infallibilità (subito smentita da loro stessi con opere ed omissioni) si proponevano di far risorgere la nazione più bella, più forte e più ricca. Ne avessero indovinata una. In pratica hanno fatto il lavoro sporco che il Silvio nazionale non aveva voluto fare (e ciò a dimostrazione di quanto sia un fine politico). Il risultato dell'avvento dei tecnici è un Paese ancora più povero e più in crisi. Talmente povero e talmente in crisi che i partiti hanno deciso di staccargli la spina per pietà verso gli italiani. Mentre accadeva tutto questo, un comico, già da tempo, urlava con la bava alla bocca contro tutto e contro tutti. E, casualmente?, ripetendo cose che anche il Silvietto aveva già detto. Il comico parlando alla pancia degli italiani si era ed è circondato dai suoi fedeli che ripetevano come un mantra le parole di Grillo. Grillini come megafoni del capo, guarda caso come anche i seguaci di Berlusconi.

Così, tra sottovalutazioni, errori, divisioni, si arriva alle elezioni. I risultati sono sempre sotto gli occhi di tutti. Si è votato ancora una volta con una legge ignobile (voluta da chi? Silvio) che non permette a nessuno di governare. Con un Paese diviso in tre e con un partito (M5S) che non accetta di collaborare con nessuno togliendosi il terreno da sotto i piedi da solo. Privandosi della possibilità di realizzare anche uno solo dei suoi obiettivi. Ma loro sono contenti così. Un altro, il Pd, così frantumato che nemmeno la Dc dei tempi d'oro con le sue correnti e il manuale Cencelli. Talmente diviso che il loro sport preferito è impallinare i propri candidati a qualsiasi carica.

In tutto questo che cosa fa Silvio Berlusconi? Aspetta che qualcuno, in ginocchio sui ceci, vada a chiedergli di fare un governo che lui non ha alcuna intenzione di fare se non a parole. Infatti, nominato il governo da poche ore, inizia a fare richieste assurde e che se non verranno accettate farà cadere l'esecutivo per andare a nuove elezioni. Suo vero obiettivo perché i sondaggi lo danno in crescita. Ma non contento di ciò chiede anche che gli venga data la presidenza della Convenzione per le Riforme (cambia il nome ma la sostanza è sempre la stessa: riformare la Costituzione) perché è il più bravo. E come dargli torto?

Fonte: globalist











Migranti in sciopero all’Ikea di Piacenza: “Lottiamo anche per i diritti degli italiani”

Pubblicato da Redazione , 02/mag/2013 , in , , , , | commenti (0)






Scioperi dei lavoratori migranti all’Ikea di Piacenza. Secondo Sagnet “la lotta all’Ikea riguarda tutti i lavoratori, italiani e stranieri”.
Il magazzino Ikea del polo logistico di Piacenza – tra i più grandi d’Europa e che serve Italia, Svizzera e Mediterraneo Orientale -, è attualmente travolto da scioperi, blocchi e proteste da parte dei lavoratori migranti. Le rivendicazioni riguardano condizioni di lavoro dignitose, in particolare fine di straordinari e riposi forzati punitivi. Il problema principale che i lavoratori segnalano, tuttavia, è che il polo Ikea di Piacenza non assume i lavoratori migranti direttamente, tramite regolare contratto, ma affidando la gestione delle risorse umane ad aziende in subappalto. In tal modo, la catena dell’accountability si allunga, rendendo più complicata l’attribuzione delle responsabilità. Discriminazione e razzismo, in quest’ambito, passano in secondo piano. Eritrei, sudamericani, albanesi e altri operai provenienti da tutto il mondo sanno di lottare anche per i colleghi italiani: si chiedono diritti e dignità per tutti. “Noi stranieri siamo di passaggio”, dicono infatti i lavoratori “Ma lottiamo anche per gli italiani”
 La denuncia viene da Terrelibere.org, sito web nato nel 1999, impegnato a produrre inchieste e ricerche su mafia, migrazioni, disuguaglianza e rapporti tra Nord e Sud del mondo. Terrelibere.org ha lanciato, il 21 aprile 2012, l’appello @Ikea, assumi direttamente i lavoratori-migranti di Piacenza “una campagna di pressione per l`internalizzazione nella logistica”. La webzine precisa da subito che non si tratta di boicottaggio nei confronti di uno dei colosso del settore immobiliare: “Questa non è una campagna di boicottaggio, ma di pressione. Dobbiamo raccogliere migliaia di adesioni e portarle a Ikea Italia. Per spiegare che una multinazionale da 27 miliardi di fatturato non può ricorrere al lavoro a giornata. Operai egiziani, pakistani, albanesi hanno già vinto alla TNT recuperando alla collettività milioni di euro di contributi. Non possono essere lasciati soli. Perché la loro lotta è anche la nostra.” Per avvalorare le sue tesi, la webzine punta al faccia a faccia con la realtà dei fatti, intervistando gli operai dell’immenso magazzino Ikea di Piacenza – qui il video, pubblicato su youtube.
 Gli scioperi dei lavoratori migranti di Piacenza non sono un caso isolato, ma si legano alle proteste verificatesi nel settore agricolo italiano. Le violazioni dei diritti fondamentali dei braccianti stranieri in Italia, vittime di un sistema normativo inefficiente, sono state ampiamente documentate in un rapporto di Amnesty International, con particolare riferimento all’agricoltura nelle zone di Caserta e Latina. Tra le varie battaglie, i lavoratori stranieri ne hanno anche vinta qualcuna: gli operai migranti del corriere TNT hanno ottenuto condizioni di lavoro migliori e contributi per le casse pubbliche di milioni di euro, come conferma Mohamed Arafat, che ha guidato le proteste alla TNT di tre anni fa, alle telecamere di Terrelibere.org.
 Oggi, 2 maggio, Terrelibere.org rende nota anche la voce di Yvan Sagnet, il leader del primo sciopero per i diritti dei lavoratori nelle campagne del sud a Nardò, attraverso una video-intervista, a proposito della vicenda. Secondo Sagnet “La lotta dell`Ikea riguarda tutti i lavoratori, italiani e stranieri. Le condizioni di lavoro si degradano ogni giorno. Dobbiamo puntare a un lavoro sano, altrimenti questo Paese non avrà futuro”. Nel video, Sagnet ricorda in particolare l’importanza di tenere separati lotta al razzismo e la rivendicazione dei diritti dei lavoratori. “Qui il razzismo non c’entra niente” continua Sagnet, per il quale il lavoro è “un linguaggio comune”, che va ben oltre le differenze legate alle diverse nazionalità.

Fonte: frontierenews.it

Zanonato dice sì al nucleare, se gestito bene






Lo ha detto a Radio2 il ministro per lo Sviluppo Economico: di per sé potrebbe anche essere una cosa interessante, ma non lo ritengo una priorità per l'Italia.

«Non mi piace quando si enfatizzano le cose demonizzandole. L'energia nucleare è una forma di energia, se si può gestire non è sbagliata di per sé». Lo ha affermato il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato al programma di Radio2 "Un Giorno da Pecora" interpellato sul nucleare.

«In Italia credo che non si possa fare, ma nel mondo c'è», ha aggiunto alla domanda se anche in Italia si possa far uso di questa fonte di energia. E se potessimo gestirla, si potrebbe usare anche in Italia? «Se avessimo i siti adatti, perché no?», ha sottolineato.

Il ministro si è poi soffermato sul Ponte sullo Stretto spiegando di non essere favorevole. «Di per sé potrebbe anche essere una cosa interessante, ma non lo ritengo nel modo più assoluto una priorità per l'Italia». 

Fonte: globalist.it

Crozza e il PDL, il Partito Di Letta

Pubblicato da Redazione , 30/apr/2013 , in , , , , | commenti (0)







 Il nuovo Governo formato da Letta e dal Pdl, l'ultimo monologo di Crozza, tanta ironia, ma tanta tristezza, per le cose che continuano sempre allo stesso modo!





Sparatoria a Roma, come ci si procura un’arma in Italia? Ecco dove Preiti può aver trovato la Beretta

Pubblicato da Redazione ,, in , , | commenti (0)



 

 

 

Dal mercato legale a quello illegale, la domanda che in tanti si sono fatti dopo la sparatoria a Palazzo Chigi è stata: come diavolo ha fatto uno come Luigi Preiti a procurarsi un’arma? La risposta in un’inchiesta pubblicata da Wired.

"A 50 anni non si può tornare a vivere con i genitori perché non puoi mantenerti, mentre invece i politici stanno bene e se la godono. A loro volevo arrivare, sognavo di fare un gesto eclatante". Luigi Preiti, il 49enne calabrese che domenica ha aperto il fuoco davanti a Palazzo Chigi, ha confessato ai magistrati movente e dinamica dell'accaduto.

La sparatoria, durante la quale sono rimasti feriti due carabinieri, era stata lucidamente pianificata: " Mi sono esercitato in campagna a sparare perché volevo essere sicuro che la pistola funzionasse". Proprio l' arma utilizzata è uno dei punti cardine dell'indagine che deve ancora fare il suo corso. Si tratta di una Beretta semiautomatica calibro 7,65 con la matricola abrasa, particolare che ne rende impossibile l'identificazione.
Preiti afferma di averla acquistata "al mercato nero di Genova 4 anni fa, ho preso anche 50 proiettili". La dichiarazione non convince gli inquirenti, anche perché l'autore del gesto è stato avaro di particolari che aiutino a ricostruire la reale provenienza dell'oggetto. Si ipotizza che l'acquisto sia stato effettuato a Rosarno, dove risiede l'uomo, o direttamente a Roma il giorno della sparatoria.
Nessun dubbio, comunque, sul fatto che il possesso della pistola fosse illegale: Preiti non ha il porto d'armi, anche se mirando con precisione alle zone del corpo non protette dal giubbotto antiproiettile ha dimostrato di sapere bene quello che stava facendo.
Su La Repubblica si fa riferimento alla possibilità che lo strumento sia riconducibile allaNdrangheta. Secondo i dati Eurispes del 2008, l'organizzazione criminale rastrella con il mercato di illecito di armi 2,9 miliardi di euro all'anno. Il coordinatore di Rete italiana per il disarmo, associazione che monitora la produzione di armi, Francesco Vignarca spiega comunque a Wired.it che " la circolazione illegale entro i nostri confini è sempre meno consistente. L'Italia ha una normativa molto ristretta e controlli serrati e la criminalità punta sempre meno su questo tipo di commercio e tende a dotarsi della strumentazione necessaria alle sue attività".

Parlando della produzione, Vignarca fa riferimento al Banco nazionale di prova di Brescia, al quale è affidato il test di tutte le armi che vengono realizzate in Italia: la città lombarda è, secondo un rapporto della Direzione nazionale antimafia, con la Sardegna anche uno degli snodi principali del commercio illegale nel nostro paese.
Tornando al possesso da parte dei privati, è di nuovo Eurispes ad accendere i riflettori sulle proporzioni del mercato legale: la relazione del 2008 fa riferimento a 34mila cittadini italiani e 50mila guardie giurate in possesso di porto d'armi per la difesa, in grado - quindi - di circolare con un'arma pronta all'uso. 800mila sono le autorizzazioni per la caccia e 178mila quelle per il tiro a volo.
In questi due casi, lo strumento si può portare solo da casa al luogo di caccia o al poligono e va trasportato smontato e nel bagagliaio della macchina. Gli esperti dell'Associazione nazionale produttori armi e munizioni sportive e civili (Anpam) ci comunicano una stima odierna di 27mila individui e 50mila guardie giurate con porto d'armi per la difesa, 750mila per la caccia e 200mila per l' uso sportivo.


Per acquistare un'arma da una delle strutture convenzionate con l'associazione di categoria Assoarmieri bisogna richiedere il nulla osta del Questore (il porto d'armi) e presentare una certificazione di idoneità psico-fisica rilasciata dall'Asl.
Nel caso in cui l'acquisto coinvolga altri paesi bisogna ottenere ulteriori autorizzazioni. Il mercato nero si appoggia anche a chi è in possesso del porto d'armi per far circolare il materiale: sfogliando fra gli articoli relativi all'argomento, ci si imbatte in tre arresti di guardie giurate fra il 2010 e il 2011 che si erano prestate all'acquisto e avevano rivenduto le armi ai gruppi criminali.

 Internet viene citata dagli investigatori come alternativa altrettanto appetibile, con utenti disposti a dispensare consigli su come eludere le verifiche o individuare le persone giuste. L'anno scorso è balzata agli onori delle cronache sull'argomento per l'apertura di The Armory, spin off del portale Silk Road, dedicato alla vendita per corrispondenza di armi che è stato successivamente chiuso.

Fonte: l'infiltrato